9.01.2014

mia lettera su @ilFoglio_it su #iostoconMagdi e #21ottobreingalera @storace @ilgiornale

Al direttore - mai avrei immaginato di dover scrivere un giorno #iostoconMagdi. Ritengo l'ex eurodeputato un conservatore reazionario e tante altre belle cose, ma preferirei potermici confrontare pubblicamente piuttosto che vederlo deferito a un qualche comitato di salute pubblica previsto dall'ordine dei giornalisti. Tra le varie altre implicazioni socio-giuridiche, il caso Allam conferma una particolare attenzione censorea nei confronti de il Giornale che un paio d'anni fa s'era visto condannare il direttore per diffamazione a mezzo stampa reo d'aver aver ospitato un pezzo contro un magistrato. Di altrettanto rilievo costituzionale mi pare l'hashtag #21ottobreingalera relativo al caso di Francesco Storace accusato d'aver vilipeso il Capo dello Stato sette anni fa. Nel primo caso andrebbe finalmente abolito l'ordine dei giornalisti, nel secondo abrogato l'articolo 278 del codice penale - entrambi le riforme avrebbero a che fare con la libertà d'espressione. A Palazzo Chigi, però, si preoccupano di intercettazioni e, ancor di più, di prescrizione.

8.14.2014

lettera su @ilfoglio_it su curdi e non solo

Al direttore - Concordo totalmente col senatore Compagna: occorre che la comunità internazionale degni d'attenzione gli indomiti curdi iracheni. Quasi quasi ci sarebbe da candidare i peshmerga a premio Nobel per la Pace per come si stanno battendo per proteggere le decine di migliaia di iracheni che scappano dall'Isis. Non so se i curdi siano gli "ebrei d'Asia", di certo nelle loro vicende e vicissitudini turche, siriane, irachene e iraniane sono riusciti a progredire politicamente verso la democrazia, il che, purtroppo, accade raramente tra chi resiste e vuol diventare, da "popolo", uno "stato".

7.31.2014

L'America ci sveglia: «#Marijuana legale» su @ilgarantista

Dopo anni di tentennamenti e cautele il New York Times, il giornale più famoso del mondo, ha deciso di schierarsi a favore della legalizzazione della marijuana. Nella migliore tradizione statunitense l’ha deciso con tanto di voto del Comitato di Redazione. Certo, la libertaria National Review, oltre 30 anni fa, si era già schierata per la legalizzazione di tutte le droghe e, altrettanto notoriamente, l’Economist non fa passar anno senza denunciare il fallimento del proibizionismo mondiale, ma il fatto che il quotidiano "liberal" per antonomasia dopo anni di cautele e ritrosie abbia deciso di schierarsi apertamente a favore della regolamentazione legale di tutti i derivati della pianta della cannabis è di per sé una notizia, di quelle che fanno il giro del mondo. 

Alla vigilia delle "celebrazioni" per la giornata mondiale per la lotta agli stupefacenti, celebrata il 26 giugno, il partito Radicale e l’associazione Luca Coscioni avevano lanciato un appello, ripreso da pochi quotidiani tra cui il Garantista, in cui chiedevamo a Governo, Parlamento e media italiani di arrivare a quella scadenza con un avvio di dibattito. Chiedevamo di discutere sulla lotta al narcotraffico che fosse basato su dati certi, evidenze scientifiche, approcci alternativi al proibizionismo e su un confronto laico tra le proposte che negli anni son andate consolidandosi tanto in Italia quanto nel resto del mondo, ma che raramente hanno diritto di cittadinanza nei media del nostro paese. 

Secondo un recente sondaggio del Pew Reserch Center, il 54% degli americani sarebbe a favore della legalizzazione tout court della marijuana. Si tratta della stessa percentuale che nel 1993 in Italia votò a favore del referendum radicale che, emendando la legge Jervolino-Vassalli, andava a depenalizzare il consumo personale di tutte le sostanze. Era la prima volta che uno stato membro delle Nazioni unite cambiava una legge sulla droga e resta l`unico esempio al mondo in cui una riforma del genere sia avvenuta ricorrendo direttamente all’elettorato. 

Oggi le percentuali in Italia potrebbero esser simili a quelle degli Usa anche relativamente alla legalizzazione di altre sostanze, "basterebbe solo" che gli italiani potessero esser informati di questa proposta di alternativa antiproibizionista radicale. E invece il silenzio istituzionale regna sovrano: non è noto sapere se e chi rimpiazzerà Giovanardi come sottosegretario competente per le politiche sulle droghe, chi prenderà il posto del dottor Serpelloni a capo del Dipartimento per le politiche antidroga, né se e quando verrà convocata la sesta conferenza nazionale sulle droghe che a norma di legge doveva esser convocata tre anni fa e non c’è una data certa per l`annuale relazione sulle droghe al parlamento. 

Non c’è una strategia nazionale per la pubblicizzazione della cannabis terapeutica oppure per dare la possibilità di auto-coltivare piante per uso medico, come hanno richiesto di nuovo i dirigenti Radicali Laura Arconti, Rita Bernardini e Marco Pannella con una disobbedienza civile la settimana scorsa. Nell`era dell`immancabile appello al "Made in Italy" su tutto, occorrerebbe che anche in Italia fosse possibile produrre medicinali a base di cannabis in concorrenza coi costosi prodotti nordeuropei. Ultimo, ma non ultimo, occorrerebbe che la presidenza italiana dell`Unione europea chiarisse quali siano le posizioni dei 28 stati membri dell’Ue relativamente alla preparazione della sessione speciale dell`Assemblea generale sulle droghe prevista per il 2016. 

Risale agli anni Settanta la prima disobbedienza civile di Pannella per chiedere una legge in materia di sostanze stupefacenti che si fondasse sul buon senso e non sul "basta dire no", da allora i Radicali son sempre stati a favore del controllo legale della produzione, consumo e commercio di tutte le sostanze perché solo così il fenomeno poteva esser tenuto nel suo ambito socio-sanitario senza consegnarlo al diritto penale. 

Se anche non si fosse d’accordo "ideologicamente" con l’antiproibizionismo, 50 anni di fallimenti dovrebbero suggerire un approccio di revisione pragmatica di ciò che non ha funzionato a seguito dell’imposizione della proibizione come modello globale di "controllo". L’appello #parliamodidroghe lanciato un mese fa resta tutt`ora valido perché inascoltato da Governo e Parlamento e sempre più attuale sia perché il problema resta in tutta la sua drammaticità, sia perché iniziano ad arrivare i risultati lusinghieri dal Colorado dove la legalizzazione della marijuana sta dando tutti i risultati sperati dal punto di vista del contenimento del fenomeno e delle casse dello stato. E in periodo di crisi economica e alla vigilia di probabili manovre aggiuntive ci paiono argomenti da non scartare aprioristicamente.

7.30.2014

Ecco perché va riaperto il processo di @Chico_Forti su @ilgarantista

Life without parole significa ergastolo senza condizionale, una condanna che di solito viene riservata per efferatissimi crimini o per criminali incalliti. Life without parole è la pena inflitta, ormai 14 anni fa, a Enrico "Chico" Forti da una giuria di Miami dopo un processo durato neanche un mese.

Era il 15 giugno del 2000, quando Forti fu ritenuto colpevole di «aver personalmente e/o con altra persona o persone, ancora ignote, agendo come istigatore e in compartecipazione, ciascuno per la propria condotta partecipata e/o in esecuzione di un comune progetto delittuoso, provocato, dolosamente e preordinatamente, la morte di (certo tal) Dale Pike». Le prove dell`accusa? Zero.


Quello di Chico Forti è solo uno degli oltre 3100 casi di italiani detenuti all'estero. Ogni vicenda fa storia a sé, ci son innocenti, colpevoli, ragazzi, donne e uomini, maltrattati, torturati, persone a volte anche a rischio di pena di morte. Tanti e tali sono i casi, che da sei anni esiste un`associazione che si chiama Prigionieri del silenzio che si batte per portare all`attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica alcuni tra i casi più eclatanti di questi connazionali incarcerati all`estero.


La sentenza Forti resta però alquanto problematica. Pare impossibile che una giuria abbia potuto ritenere qualcuno colpevole di omicidio "oltre ogni ragionevole dubbio" con prove tanto flebili quanto confuse e che mai, tra l`altro, hanno trovato un riscontro fattuale, anzi! Una successiva dettagliata verifica circa la fondatezza di quelle "prove circostanziali", con ulteriori valutazioni indipendenti, ha prodotto una tale quantità di dubbi che il sospetto che i fatti fossero andati in modo completamente diverso da come furono presentati dall`accusa è divenuto certezza in tutti coloro che hanno partecipato alla ricostruzione degli eventi.


Col passare del tempo, e grazie alle insistenze dei famigliari e di un gruppo sempre crescente di persone preoccupate per la storte di Chico Forti, il caso "Forti" è entrato anche nei palazzi del potere.
All`inizio con lettere private ai ministri degli esteri, poi con interrogazioni parlamentari e infine anche con delle visite nel carcere di Miami - io stesso ho visitato Chico due volte. 11 28 luglio la Camera ha iniziato la discussione di una mozione firmata da tutti i gruppi parlamentari che chiede al governo di facilitare la riapertura del processo. Questione sicuramente delicata ma possibile.


L'incessante e impagabile impegno della famiglia è riuscito a coinvolgere l`ex giudice e parlamentare Ferdinando Imposimato e la criminologa Roberta Bruzzone nell'ampliare la ricostruzione dei fatti, offrendo fondamentali spunti di richiamo alle norme internazionali riconosciute anche dagli Stati Uniti al fine di poter riaprire il processo. Negli anni, nel mio piccolo e assieme al senatore Giacomo Santini, ho cercato di tallonare il governo per avviare quell'attenzione politica che non aveva caratterizzato i predecessori del ministro Giulio Terzi di Sant'Agata. Tanto Emma Bonino che l'attuale ministra non hanno fatto mancare la fattiva attenzione della Farnesina alle sollecitazioni della famiglia Forti.


Roberta Bruzzone ha dato recentemente alle stampe buona parte del suo enorme lavoro di ricostruzione. Il materiale da lei puntigliosamente raccolto nel libro "Il grande abbaglio" sarà fondamentale per il lavoro dell'avvocato Joe Tacopina che ha deciso di farsi carico del tentativo di riapertura del processo. Altrettanto fondamentale, oltre alla raccolta di fondi necessari al collegio di difesa, sarà la partecipazione del governo a quella fase di revisione e, ultimo ma non ultimo, un contatto diplomatico ai massimi livelli con l'amministrazione Obama per aggiornarla sugli sviluppi processuali. 


Non si tratta di sollecitare un sostegno a una campagna innocentista ma di chiedere che giustizia venga fatta sulla base di prove e non illazioni.

Durante la XVI legislatura m'è capitato di visitare decine di carceri in Italia e qualcuno anche in Africa e nei paesi dell'est. Ho ascoltato centinaia di racconti di malagiustizia, maltrattamenti, disperazione umana di ogni genere, mai però m'era capitato di dover andare a trovare un amico, qualche conoscente sì, ma un amico mai. Con Chico, sempre che lui lo voglia, dopo dieci minuti di chiacchiere capisci che hai a che fare con qualcuno che avrebbe potuto esserti amico - e non solo per la comune passione per la vela e il surf.


In carcere Chico Forti lavora senza retribuzione, per buona parte della giornata insegna inglese e cultura generale ai suoi compagni di galera generalmente di origine latino-americana. Non ha mai subito un provvedimento disciplinare, anzi, è un modello di comportamento. È rispettato dai peggiori e dai migliori nonché dalle guardie carcerarie.


Chico Forti era e resta un patito di sport estremi, quello più estremo di tutti si chiama oggi ricerca della verità e della giustizia per se stesso. Si tratta di uno sport che un giorno si potrebbe esser chiamati a praticare anche in prima persona, allenarsi con Chico, dietro le sbarre da oltre 5110 giorni, potrebbe tornar utile anche a noi stessi.

7.09.2014

Finocchiaro e Calderoli si son dimenticati di prevedere il quorum per il referendum confermativo delle modifiche costituzionali!

Mi sa che nell'afflato riformatore, la Presidente Finocchiaro e il padre del Porcellum Calderoli si son dimenticati di metter una bella ciliegina sulla torta anti-demcratica che stanno cucinando in queste ore. 

Non solo accondiscendono, come tutti del resto, alla cancellazione del Senato, rendono ressoché impossibile la presentazione di proposte di leggi d'iniziativa popolare quintuplicando la soglia minima di firme necessarie, ma stracciano, de jure e de facto, anche la terza scheda!
 
Un milione di firme da raccogliere su carta e alla presenza di un pubblico ufficiale, quando l'autocertificazione è legge e la pubblica amministrazione è ormai migrata online, e prevedere un parere in corso d'opera della Consulta ammazzano un (altro) diritto costituzionalmente garantito: la possibilità per gli italiani di abrogare le leggi, sepsso comunque già di per sé incostituzionali, del parlamento dei partitocrati.

Per terminare degnamente l'opera adesso occorre scolpire la lapide dell'omicidio democratico in atto, e cioè prevedere il quorum, magari con una formula matematica degna dell'Italicum, per il referendum confermativo delle modifiche costituzionali. Sarebbe una degna ciliegina su questa bella torta avvelenata.