6.09.2018

ci vuole più Europa in Più Europa, ovvero lasciate stare i bilancini dello statuto, Dio Bonino!

ci vuole più Europa in Più Europa, ovvero lasciate stare i bilancini dello statuto, Dio Bonino!

Non rinvenendo motivi sufficienti per non rompere i coglioni, dedicherò, buon ultimo, qualche riga allo "stato dell'arte" di Più Europa.

Mi scuso de antemano, ma deluderò quelli che (a tratti par di capire molti) si aspettano critiche feroci a questo o quello. Conosco poco quel che in effetti sta accadendo all'interno dell'assemblea dei soggetti costituenti e del comitato dei saggi, quindi non intendo avventurarmi in ricostruzioni per sentito dire.

Al contrario, conosco buona parte dei coinvolti e posso immaginare le dinamiche inter-personali. Detto questo, confermo che, per ora, non vado oltre un superficiale "Senatores boni viri, senatus mala bestia" e un altrettanto automatica annotazione circa la segretezza delle deliberazioni.

Ci sarebbe forse un'altra superficiale annotazione da fare: nessuno dei coinvolti nel processo decisionale di +E (tutti rigorosamente maschietti) fa parte della cosiddetta "generazione Erasmus". Nessuno di coloro che devono proporre un modello organizzativo di un nuovo soggetto che guarda all'Europa e che deve metter insieme tradizioni politiche e far tesoro di saperi non - se non "a" - politici s'ẻ mai trovato in fase formativa a dover vivere in un luogo "straniero" dove le differenze sono un arricchimento in termini di esperienze, competenze, visioni e, naturalmente di accenti linguistici e non.

Doversi confrontare con una Unheimlichkeit pone problemi di Kultur e mette alla prova circa i propri limiti, pregiudizi, forme mentali e chiusure. Tutto sicuramente comprensibili ma, altrettanto sicuramente, superabile. Chi avrebbe mai pensato che Germania e Francia, dopo secoli di guerre, si sarebbero trovati a co-fondare una comunità politica che avrebbe poi incluso anche il loro arci-nemico britannico?

In altri tempi mi sarebbero bastate queste brevi "annotazioni" per chiuderla qui, ma ritenendo che ci sia (ancora) bisogno di (un minimo) di politica e politici che non si adeguino al circostante, proverò ad andare oltre le reazioni epidermiche.

Io penso che ci voglia più Europa in Più Europa.

Non è un contro-slogan, è una proposta di governo di questo stallo che a tre mesi dalle elezioni ha di fatto cancellato dal dibattito pubblico tanto +E quanto le proposte contenute nel suo programma elettorale. Proposte che oggi sarebbero alternative a questo governo che, pare, non saper quali pesci pigliare su molte questioni avendo detto cose che non potevano esser fatte!

Però, hai voglia a svegliarti il giorno delle consultazioni o del voto di fiducia a dire che farai una "opposizione rigorosa" - peraltro senza sapere cosa t'aspetta - queste settimane di silenzio tutto possono lasciar ipotizzare tranne che da +E ci si possa aspettare del "rigore" (a meno che non si alludesse al rigor mortis, just kidding ;-).

Ci siamo ritrovati progressivamente in molti a ritenere che fosse necessario riportare all'interno del dibattito politico i fatti. Quindi?

Non delle Verità ma dei dati di fatto che sono, principalmente, la necessità di rispettare la legalità costituzionale (che è cosa diversa dallo scendere in piazza a 'difendere la Costituzione') e gli obblighi internazionali della Repubblica italiana imposti dall'essere Stato Membro di una serie di organizzazioni internazionali a partire da quella che abbiamo contribuito a fondare una settantina d'anni fa meglio nota oggi colla denominazione di Unione europea.

Ma l'Europa che abbiamo messo nel nostro nome (e che "abbiamo nel cuore", diciamo così) - assieme al nome di chi politicamente e istituzionalmente ha interpretato come nessuno quel concetto e potenziale politico d'Europa: Emma Bonino - non era l'Europa geografica, non era neanche pienamente l'Unione europea, era un progetto politico "ulteriore" in continuo divenire mosso da chi ritiene che la convivenza di milioni di persone possa esser possibile senza danni o discriminazioni se si basa sullo Stato di Diritto.

Uno Stato di Diritto fatto di trattati, accordi, direttive e regolamenti composti, e non imposti, per affermare le libertà individuali e tutelare chi, anche senza rendersene conto, può cadere vittima di interessi particolari, sia che si tratti di leggi e politiche illiberali, di interessi economici di grossi potentati o atteggiamenti anti-scientifici.

E invece, dopo aver detto e ripetuto fino alla nausea tutte queste cose (almeno io così ho impostato la nostra campagna elettorale), dopo aver sguinzagliato in giro per l'Italia e il mondo centinaia di persone senza sapere chi fossero o cosa avrebbero detto né cosa, eventualmente, avrebbero "promesso" e a chi (il che ha sicuramente costituito un valore aggiunto, ma anche molti rischi) si è vissuta male la "sconfitta". Talmente male da paragonarla a un lutto - come se avessimo bisogno di cadere di nuovo (qui parlo ai "radicali") in un lungo processo di "elaborazione"...

Niente è più necessario alla crescita che una sconfitta. Specie se bella sonora e inaspettata. Prima ancora dell'opportunità politica, la saggezza popolare ci insegna che dopo una caduta bisogna rimontare a cavallo.

Purtroppo, invece di far tesoro dei 900.000 voti ricevuti e dell'entusiasmo che aveva salutato l'arrivo di una lista politica che aveva scelto di chiamarsi come il capro espiatorio di tutto quello che non va in Italia (e altrove), si son fatti ergere timori e dubbi sulla genuinità delle intenzioni altrui.

Già crescita. Malgrado la parziale sconfitta elettorale (dopotutto quattro persone son state elette!), nei giorni immediatamente successivi al voto, in tantissimi hanno continuato a credere che fosse importante organizzarsi, rafforzarsi, espandersi, addirittura transnazionalizzarsi! Ma a tutte queste sollecitazioni, tutte avanzate educatamente, non è stato risposto e, quando ce n'è stata l'occasione, si sono anteposte risposte burocratico-organizzative alla visione politica.

Questo comportamento è sovrapponibile a quello dell'Europa che rintracciamo tutti i giorni nelle parole dei nostri avversari politici che indicano l'Europa come la "nemica del popolo". Tu hai un problema e nessuno ti risponde e se ti risponde non ti soddisfa perché spesso scansa il cuore della domanda.

Poi certo scava scava ti accorgi che il problema non è necessariamente quello, ma spesso la prima impressione è quella che forma un'opinione difficilmente poi modificabile. Qui la prima impressione è stata quella di non disturbare il manovratore che sapeva come comporre gli interessi dei vari partecipanti per non annacquare questo o indebolire quello o non mandare alle ortiche un nome molto evocativo.

Ma come si può pensare di catalizzare l'attenzione e l'entusiasmo di qualcuno avanzando problemi della scrittura di uno statuto, sicuramente importante, al progetto politico che è la vera essenza del motivo per cui ci siamo incontrati?

Un movimento, specie se nel 2018 e specie se guarda a un'organizzazione politica che è anche un'istituzione sovranazionale, non può non muoversi perché non ha uno statuto!

Chissene frega se c'è un coordinatore o due; chissene frega se i saggi son 3 o 5+5+5; chissene frega se uno si può iscrivere o no e chissene frega se vanno creati vari livelli di adesione politica individuali o organizzati! L'Europa non è nata a tavolino, è nata da esigenze, la prima di mettere intorno a un tavolo acerrimi nemici!!!

Passi che i "costituenti" di +E non sono della "generazione Erasmus", ma possibile che dopo anni di politica militante dentro e fuori i Palazzi non si sia realizzato che nel 2018 ci possiamo (finalmente) prendere il lusso di mandare agli ammassi decenni di disastrose organizzazioni "partitiche" e trovare un minimo compromesso da "società liquida" per partire?

Abbiamo i punti del programma elettorale (magari occorre raffinarli se non articolarli in quesiti referendari in modo da coglier spunti per discutere pubblicamente con amici e nemici) abbiamo un simbolo elettorale oggi conosciuto e comunque evocatore, limitiamone l'uso alle elezioni nazionali o europee e iniziamo a girare l'Italia non per creare "correnti" per vincere il congresso, ma per consolidare la disponibilità di chi concorda con quei punti e conosce persone che possano convergere su quel che c'è piuttosto che creare muretti o muraglie su quel che non c'è?

La storia dei partiti politici, e non solo italiani, ci insegna che prima di arrivare a una forma "definitiva" di organizzazione ci son volute molte false partenze, fallimenti, fusioni, strappi o scissioni. E comunque, siamo veramente sicuri di volere, nel 2018 e con questi chiari di luna interni ed esterni, fondare un "partito" o "soggetto politico"?

Non sarebbe forse più "europeo" partire con qualcosa tipo la CECA, per poi arrivare alle CEE e infine all'UE, tenendo presente che siamo comunque e al contempo membri dell'ONU e della NATO?

Fortunatamente è stata messa una data di scadenza a questo supplizio, ehm processo costituente. Da qui a là occorre che chi è al volante di +E metta da parte i bilancini dello statuto, eviti di schiantare contro il muro della burocrazia un progetto politico ancora promettente e lasci andar avanti, anche in modo sgangherato e non radicale (anche perché oggidì nessuno dovrebbe più potersi azzardare a rivendicare quella storia) chi pensa di aver qualcosa da dire e proporre in linea coi motivi per cui ci si è incontrati.

Specie ora che c'è un governo che sta dimostrando come sia impossibile esser conseguenti alle proposte demagogiche fatte in campagna elettorale ci vorrebbe un'opposizione non "rigorosa" ma europea nel merito e nel metodo!

Occorre un progetto politico che non sia "europeista" (che detto tra noi in termini politici non vuol dire un beneamato) perché dice di esserlo, occorre piuttosto esser conseguenti a tutta la poetica e retorica che ha caratterizzato la campagna elettorale (tranne l'IMU of course ;-).

Eravamo contro le cose che predicano Salvini, Di Maio, Orban, Kaczynski e Trump? Bene, non facciamogli il verso!

Mi casa es su casa, baby!

6.08.2018

ci vuole un sottosegretario alla droga

Par di capire che anche questo governo, come del resto da molti anni a questa parte, non abbia intenzione di nominare un sottosegretario con delega alle "droghe". MALE!
Si dirà "meglio così, te l'immagini cosa farebbe 'sto governo con la lega come socio?"
Tanto per cominciare occorre ricordarci che le peggiori leggi in Europa in materia di droga sono italiane e frutto nel 1990 di una democristiana di sinistra, Rosa Russo Jervolino e un socialista Giuliano Vassalli e nel 2006 di un ex-fascista Gianfranco Fini e un ex-democristiano di destra Carlo Giovanardi - quindi, almeno qui, il danno non è stato ancora fatto; seconda di poi nascondere la polvere sotto il tappeto non ha mai aiutato a prender in considerazione i problemi. Certo c'è sempre il rischio di svegliare cani che dormono, ma il sonno, anche dell'irragionevole peggiore proibizionismo, genera comunque mostri. E si può combattere solo un nemico che c'è, altrimenti è una (lodevolissima per carità) lotta contro i mulini a vento.
Ora la dico grossa:
"in Italia non c'è un problema di droga",
anzi fatemela dire ancora più grossa:
"in Italia non c'è un problema di proibizionismo sulle droghe per come lo si conosceva".
Anche per le "droghe" in Italia tutto viene affidato all'ignoranza e all'indifferenza! Infatti, secondo le cifre che vengono certificate dal governo e osservatorii internazionali, un paese dove il 10% della popolazione incontra le "sostanze stupefacenti" con una certa frequenza, sarebbe un paese non solo in ginocchio ma diviso rinchiuso in comunità di recupero, pronti soccorso, aule di tribunale o in carcere. E invece...
E invece no. E invece, anche a fronte di un prepotente ritorno dell'eroina e altre sostanze poco conosciute nella loro composizione, e a un sensibile aumento di arresti per 'droga' abbiamo imparato a convivere coll'illegalità generando meccanismi di auto-difesa dallo stato, dalla criminalità e dai danni del rapporto problematico colle sostanze.
Non solo, secondo il calcolo delle probabilità, tutte queste persone che consumano e/o detengono e/o coltivano e/o vendono o comprano tutte queste tonnellate di roba tossica e illegale dovrebbero finire in carcere, anche per poco, in numeri molti più consistenti dei 18.000 che oggi son in galera per "reati di droga". Certo 18000 persone in galera per non aver (nella stragrande maggioranza dei casi) fatto del male a nessuno sono un'enormità, ma rappresentano lo 0,003% della popolazione...
Quindi perché, anche il peggiore governo tra i governi democratici (cosa che ci tengo a ripetere questo non è, almeno per il momento), dovrebbe dedicare un responsabile politico alla "droga"? Proprio perché non è un emergenza ma perché è diventato un fenomeno economico, sociale e culturale strutturale. Possibile disinteressarsene affidando a sprovveduti burocrati la gestione di tutto ciò?
Questi sei milioni di persone infatti, oltre che distrarsi, rilassarsi, sballarsi o auto-curarsi, fanno muovere qualcosa intorno ai 14 miliardi di euro l'anno, distraggono milioni di ore lavoro alla pubblica amministrazione - dalla strada alla galera passando per prefetture, tribunali, ospedali, unità di strada, assistenti sociali eccetera - e concorrono a sottrarre alle casse dello Stato fior di quattrini in tasse imposte eccetera.
Ma se anche tutto questo non fosse sufficiente a suggerire la nomina di un sottosegretario, ci sarebbe da rispettare una legge dello stato che impone l'organizzazione di una conferenza nazionale sulle droghe ogni tre anni, l'ultima è stata convocata nel 2009 - fate quindi i conti voi da quanto tutti se ne sbattono.
Mi pareva d'aver capito che il governo del cambiamento volesse agire all'interno della Costituzione, bene, questa bellissima Costituzione, oltre a elencare tutta una serie di principi fondamentali (probabilmente tutti violati dalle leggi in materia di droga), prevede che le istituzioni rispettino le leggi.
Dal dicembre 2016 l'Italia ha legalizzato anche la canapa industriale consentendone anche la produzione per uso cosiddetto ludico purché il THC che uno si fuma non superi lo 0,2% (ancora mi sfugge come si possa controllare tutto ciò ma insomma cosa fatta capo ha). Tutte le leggi hanno sempre bisogno di un periodo di rodaggio prima di entrare effettivamente in forza, ebbene questa (ri)legalizzazione ha messo in moto un'industria che nei primi 12 mesi ha fatto fatturare, a piccole imprese, quasi 45 milioni di euro.
La legge è passata col consenso di tutte le forze politiche.
Last but not least, a marzo del 2019 (quando magari torneremo al voto) alle Nazioni unite di Vienna si terrà un segmento ministeriale della Commissione Droghe che dovrà far il punto sulle politiche internazionali di controllo degli stupefacenti. Ad aprile del 2016 (e non solo perché ci misi lo zampino) l'Italia dette un segnale di rottura col passato e disse cose di buon senso, salvo disinteressarsene poco dopo (non solo mancava anche allora il sottosegretario alle droghe, ma il ministro della giustizia era uno tra i meno assertivi che si possano ricordare purtroppo).
Insomma, son più gli argomenti a favore che quelli contro a una presenza di un responsabile che nel Governo s'interessi politicamente di droga. Magari anche per cambiar nome al Dipartimento che oggi si interessa, pare, solo di politiche anti.

6.07.2018

intendiamoci un attimo su 'sta Russia

Tra le cose (molte malamente) dette dal Presidente del Consiglio l'altro giorno in Parlamento spicca per andreottismo il voler rivedere le sanzioni nei confronti della Russia.
Dico andreottismo perché, sicuramente in virtù del fatto che si tratta di un governo dalle large-intese e/o di coalizione che dir si voglia, il programma di governo, e la piattezza della sua esposizione, rimandano agli anni grigio scuri della (non necessariamente migliore) DC.
Tutti ricorderanno che, pur confermando l'Atlantismo dell'Italia, il nostro paese dalla fine degli anni Sessanta ha sempre svolto una funzione di cerniera con avversari e nemici dell'Occidente.
Che fosse l'URSS o la Jugoslavia dove si andava a studiare o cacciare e, tra le tantissime altre cose, si aprivano fabbriche della Fiat; il Medio Oriente, Arafat ha parlato in Parlamento con tanto di pistola nel fodero, Gheddafi che tirava giù aerei salvava la Fiat e la Juventus, Beirut veniva ricostruita dalle nostre imprese, Assad riceveva l'onorificenza di Cavaliere della Gran Croce!, o l'Iran, dove siam sempre stati tra i primi partner commerciali; Il centro-America - ma anche Algeria, Mozambico e Angola, Etiopia, Eritrea e Somalia, l'Italia c'è sempre stata. Un'Italia da intendersi come stato e para-stato (difficile trovare un'impresa che possa definirsi totalmente privata, in Italia più che altrove) fino ai sindacati, missionari o ONG.
Questa presenza era, la dico brutalmente, dovuta essenzialmente a tre fattori: la necessità di infilarsi nei grandi giochi petroliferi (per consentire all'ENI di diventare il colosso globale che ancora è), l'ospitare il centro di una organizzazione religiosa che comunque aveva adepti e interessi da proteggere e preservare un po' dappertutto, e il concedere qualcosa al primo partito di minoranza (non d'opposizione, si badi bene) che era il "più grande Partito Comunista del mondo libero" e col quale la maggioranza ha sempre governato in combutta.
Washington ci cazziava ma, tutto sommato, le faceva comodo poter avere una base militare ai confini coi nemici dove, tra le altre cose, attivare canali diplomatico-negoziali coi "cattivi" grazie ai nostri partiti politici, servizi segreti o preti. Certo, questo posizionamento non è stato a costo zero (anche di vite umane), ma sicuramente ha contribuito a evitare escalation armate peggiori di quelle che comunque ci son state.
Dopo il crollo dell'Unione Sovietica le cose sono cambiate di poco (su questo ci sto scrivendo un romanzo) in termini di relazioni politiche, rapporti commerciali e tentazioni "egemoni" di questo o quello.
Ma la Russia va tenuta sotto strettissimo controllo, perché, seppure alla canna del gas economicamente, si mantiene alive and kicking grazie alla corruzione di amici e avversari e, soprattutto essendo uno stato sovrano, con tanto di potere di veto al Consiglio di Sicurezza, gode di ampia immunità e impunità. Soldi, mega-commesse, appalti, contratti, consulenze, bombe, riciclaggio di danaro, zoccole, oppure sostegni politici diretti o indiretti costituiscono la vasta gamma di "argomenti" usati dalla Russia per rimanere a galla. Anzi, usati da Putin.
Putin, arrivato nel 2000 in circostanze ancora tutte da scandagliare e che recentemente ha annunciato che alla fine del mandato si ritirerà a vita privata, costituisce il modello di quella che Orban chiama la democrazia illiberale.
Ma siccome democrazia illiberale è una contraddizione in termini, almeno per chi se ne intende, occorre riesumare quanto Pannella, molto prima e molto più articolatamente di Orban, chiamava "democrazia reale" comparandola con l'espressione "socialismo reale", per denunciare a cosa può portare la non applicazione di spirito e lettera di un ideale (che nel caso della democrazia implica e coinvolge anche una struttura istituzional-costituzionale): strage di diritti = strage di popoli.
In quanto ex spia, Putin conosce perfettamente i meccanismi della guerra psicologica (non che sia da meno in quelli della guerra combattuta) e sa come, dove e quando e per quanto inserirsi col fine di creare zone di apparente, ma anche permanente, instabilità per trarne vantaggio in termini di influenza e quindi sopravvivenza.
Cecenia, Georgia, Ucraina, Bielorussia, Siria, Libia e Artide sono solo alcuni degli esempi del proseguimento del "grande gioco" che la Russia ha sempre voluto giocare contro tutto e tutti per imporsi prepotentemente non potendoselo permettere. Violenze e manipolazioni di tutti i tipi - specie quelle relative alle ricostruzioni storiche di sovranità presunte - sono le armi usate da Putin e dai suoi alleati. A oggi nessuno si è mai preso la briga di bloccarlo perché, tranne le persone normali, ai governi amici o nemici le cose vanno bene così. Ma gas e petrolio non sono eterni...
E allora, se tutto è sempre stato così, e tutto sommato nessuno ha mai avuto troppi svantaggi, salvo ripeto chi è morto per mano di munizioni russe o filo-russe, quale sarebbe il problema se l'Italia rivedesse le sanzioni nei confronti della Russia?
Intanto perché "tecnicamente" non si può, si tratta infatti di sanzioni imposte da organizzazioni internazionali UE e NATO di cui l'Italia è parte e in cui vige il motto dei moschettieri; seconda di poi perché si condonerebbe (ulteriormente) una enorme violazione del diritto internazionale: le sanzioni sono state imposte a seguito dell'aggressione ed annessione della porzione di uno stato sovrano indipendente - motivo che, di per sé, sarebbe sufficiente per attivare il Capitolo VII della Carta delle Nazioni unite che prevede l'uso della forza per garantire pace e sicurezza; ultimo, ma non ultimo, perché non si rintraccia alcunché di cambiamento nell'eventuale perseguimento della (ri)normalizzazione con un regime autoritario come quello di Putin (ma solo il mantenimento di una promessa elettorale che di per sé comunque conta specie in un paese in campagna elettorale permanente).
Quando nel 2000 la Federazione russa di Vladimir Putin si mosse per cacciare il Partito Radicale dell'ONU dove gode di uno status consultivo e dove aveva fatto parlare un parlamentare ceceno alla Commissione diritti umani di Ginevra, la Lega Nord e il Partito dei Comunisti d'Italia (o come diavolo si chiamavano) votarono contro le mozioni Boato e Taradash che chiedevano all'Italia di attivarsi in seno al Consiglio Economico e Sociale per sconfiggere la richiesta russa di punizione.
Leghisti e comunisti furono sconfitti tanto a Roma quanto a New York.
Nel libro "Operazione Idigov" racconto come andarono quei fatti; in piccolo si trattò di una "guerra" dove la Russia, non avendo argomenti, ma molti alleati, si mobilitò con accuse infamanti e diffamanti che si scontrarono con la realtà dei fatti, la piena applicazione delle pur bizantine procedure e il rispetto per i morti.
Il governo Conte continuerà ad annunciare cose che non potrà, né gli converrà fare, e lo farà a favore di telecamera.
Per questi motivi, questo tipo di agire politico deve esser messo in scacco da quella che Pannella chiamava la ricerca della verità (fattuale e non con la V maiuscola), perché - e lo dico magari un po' romanticamente - il bene alla fine vince sempre, ma da solo non ce la può fare. Occorre coltivare una coraggiosa resistenza di un dinamico attacco intellettuale figlio della tradizione di chi si oppone a corrotti e corruttori. Non è facile ma, come dimostra il libro, la storia può cambiare anche grazie all'impegno di pochi.


6.05.2018

ecco cosa avrei detto sulla fiducia se fossi stato in Aula

ecco cosa avrei detto nel dibattito sulla fiducia se fossi stato in Aula e il mio gruppo non avesse adottato una linea di tipo diverso:

Signor Presidente, l'Aula la deve ringraziare per le sue parole. 

Non tutti avevano potuto leggere il famigerato contratto di governo né, quelli che l'hanno letto, avevano potuto rintracciare motivo di soddisfazione per quanto concordato tra Lega e Movimento 5 stelle.

Da quel che le abbiamo sentito dire, non si rintracciano minacce eversive, attacchi alla democrazia né tantomeno rigurgiti sovranisti. 

Di questo le siamo grati. La sua presenza e disponibilità è riuscita a comporre miscele potenzialmente esplosive in un programma di Governo, pur lontana dalla mia tradizione politica, la moderazione che pratica e il linguaggio asettico raramente saranno sovversivi.

Dal dettaglio delle proposte - non è sfuggita l'ode alla bocciofila che fu - si capisce quanto, in tutti campi, sia stato necessario limare il limabile e, comunque, "mettere le mani avanti" relativamente ai prossimi mesi in cui le toccherà dar seguito ai molti annunci.

Certo, alcune delle cose proposte non avranno bisogno di molti sforzi, come i finanziamenti alla ricerca o la riforma del terzo settore perché in parte già incardinati se non conquistati, ma molti altri necessiteranno tempi lunghi e ampie unioni di sostegni - e non solo di quelli che in conclusione del suo intervento ha invitato a unirsi strutturalmente alla maggioranza di governo.

Il suo si candida a essere un governo di italianissima continuità, altro che cambiamento! Continuità nell'equidistanza, continuità nel consociativismo, ma soprattutto continuità nella cancellazione sistematica di una visione che - e non parlo solo per il nostro paese - lascia la politica fuori da ogni tipo di ragionamento, concentrandosi sull'amministrazione - o come bisogna dire oggi sulla 'governance'.

Non sfugge che l'Italia abbia bisogno d'esser governata, e governata bene, ma un paese di 60 milioni di abitanti, membro di un'unione politica di mezzo miliardo di persone con relazioni politiche, diplomatiche e commerciali - oltre che umanitarie - con miliardi di individui dappertutto non può continuare a esser tratto come un paesino di provincia dove si imbonisce l'uditorio con dotte citazioni di filosofi e letterati (peraltro tutti stranieri e tutti uomini!). L'Italia è un paese che deve chiudere un capitolo di 100 anni di storia patria fatto di chiacchiere e tanti, e con l'arrivo del Movimento 5 Stelle al governo si potrebbe dire tutti, distintivi - e tutti illiberali se non liberticidi.

Questo è il cambiamento, che ella peraltro ha improvvidamente definito "radicale" almeno un paio di volte, che occorre, non una serie di pur necessarie misure di "buongoverno".

Sappiamo signor Presidente che il suo è un governo di coalizione, o di larghe intese - anche qui non si capisce dove sia il cambiamento - un governo frutto d'un patto tra chi ha ottenuto voti con proposte "contro" - spesso alternative tra loro. Proposte frutto di rancori, timori, singolarismi ed egoisimi basati sulla percezione di fenomeni e non sui fatti. 

Proposte spesso articolate con fare attendista perché frutto di sistemi operativi ben disegnati e non di tradizioni o lotte politiche. Proposte che rastrellano lo scibile umano rintracciando parole chiave per espungerle dai propri programmi per evitare di articolare "posizioni" che facciano alienare simpatie di un popolo tecnicamente ignorante e reso indifferente dall'eterno ritorno dei soliti volti o dinamiche. 

Aggiornare alla tecnologia disponibile comportamenti comprovati in oltre mezzo secolo di politica non può esser considerato cambiamento.

Molte delle proposte ascoltate oggi sono il frutto bacato dell'inerzia che caratterizza la stragrande maggioranza dell'offerta politica nazionale: non si possono che dire certe cose altrimenti si ritiene di perdere consensi. 

Questo è l'humus col quale è stata costruita quella che voi chiamate Prima Repubblica. Siamo sempre lì, niente di nuovo! E pazienza se il Financial Times o Die Zeit vi ritengono barbari, noi sappiamo che le oche del Campidoglio potranno continuare a dormire sonni tranquilli - magari tra i fumi della monnezza ma senza troppi imprevisti.

Con alcuni distinguo relativi a questioni presentati talmente asetticamente che non escludo ci si possa trovar di fronte al contrario di quello che uno ci potrebbe leggere dentro e tutto sarebbe comunque digeribile e digerito, il suo è un programma di Governo ampiamente condivisibile. 

Oggi, grazie alle sue parole, si è finalmente arrivati a una chiara definizione di quel che è un populismo pro-positivo, anche qui in linea con moltissimi esecutivi che l'hanno preceduta, con l'unica nota positiva che questo populismo propositivo ha preso il posto della demagogia urlata degli ultimi anni. 

Credo che sia un elemento da salutare ma, allo stesso tempo, si tratta di un segnale da non sottovalutare perché ci sono tutte le premesse per cui questo governo non cambi assolutamente nulla alla radice di quello che occorrerebbe cambiare in Italia.

Apprezziamo che i toni di contrasto con l'Europa sono stati drasticamente rivisti. La piattaforma del suo governo è - né più né meno - quasi interamente sovrapponibile a quella della sacra alleanza europea tra Partito Popolare e Social-Democratici - un'alleanza che ha contribuito a creare l'Europa che non rispetta se stessa nello spirito e nella lettera, un'alleanza contro cui, paradossalmente, al Parlamento europeo i due partito che la sostengono dicono di opporsi!

Prima di concludere il poco tempo riservato a chi, da sempre, è all'opposizione di maggioranza e opposizione, non posso non notare che un avvocato, un professore di diritto civile, non ha incluso una preoccupazione che fosse una in termini di legalità costituzionale e di obblighi internazionali.

Niente sulle sentenze della Corte di giustizia europea, niente su quelle della Corte europea sui diritti umani né una parola sulle infrazioni europee è rientrato nel suo programma, mentre molto è stato detto relativamente a quello che non c'è, come la riforma della convenzione di Dublino, la riapertura di canali commerciali colla Russia o la promozione di accordi bilaterali per i rimpatri dei migranti col fine di regolare flussi (si questo ha detto!). 

Cambiare vuol dire cambiare non perseverare con condotte contro lo Stato di Diritto!

La scatola piena di proposte e propostine è purtroppo vuota di riforme strutturali e di visione per il futuro - il futuro di un popolo che invecchia e non legge più e che quotidianamente è invaso da idee e cittadini di altri paesi che vengono in Italia come turisti o a investirci e non a cercar rifugio da persecuzioni, povertà o mutamenti climatici! 

Senza un occhio ai fatti, ai dati, alle evidenze, si perseguirà la politica dei proclami aggravando situazioni portate al limite della sopportabilità e sostenibilità da anni di partitocrazia.

Il suo governo non partirà con la mia fiducia, ciò non toglie che, laicamente, non mancheranno occasioni di confronto e contributo su tutto quello che andrà incontro alla tutela delle libertà individuali e i diritti umani.

Questa storia dei soldi di Soros ai Radicali

tratto da "Farnesina Radicale" di Marco Perduca in uscita con Reality Book questa estate.

Questa storia dei soldi di Soros
Non so di preciso come e quando Emma Bonino e George Soros, coetaneo di Marco Pannella, si siano conosciuti, certo mi è che i contatti con Aryeh Neier, l'avvocato per i diritti umani che Soros coinvolse per creare l'Open Society Institute trenta anni fa, risalgono all'inizio degli anni '90 quando l’OSI nasceva.
Il 28 maggio 1984, il miliardario di origini ungheresi e studi londinesi George Soros firmava un contratto tra la Fondazione Soros di New York e l'Accademia Ungherese delle Scienze, per avviare una serie di attività filantropiche per aiutare i paesi a allontanarsi dal comunismo. Nel 1991 un’ulteriore fusione, quella con la Fondation pour une Entrée Intellectuelle Européenne, affiliata al Congresso per la libertà culturale, creata nel 1966 per ispirare "scienziati non conformisti" dell'Europa orientale con idee anti-totalitarie e vicine al capitalismo consolida i progetti filantropici del finanziere. 
l’Open Society Institute è stato creato negli Stati Uniti nel 1993 per sostenere le fondazioni di George Soros nell'Europa centrale e orientale e nell'ex Unione Sovietica.
Il motivo dell’incontro tra la Bonino e Neier, che aveva un’esperienza quasi ventennale presso l’American Civil Liberties Union, ACLU, e che per 12 anni era stato il direttore di Human Rights Watch che aveva contribuito a fondare nel 1978, era la giustizia penale internazionale. L’Amministrazione Clinton, con cui George Soros aveva un rapporto privilegiato, era stata cruciale per la creazione definitiva dei due Tribunali ad hoc per la ex-Jugoslavia e il Ruanda e non guardava con sfavore alla creazione di una Corte penale internazionale che all’epoca era anche chiamata “permanente”. Il sottosegretario deputato a seguire la questione era John Howard Francis Shattuck, anch’egli con un passato all’ACLU.
I primi anni Novanta erano gli anni in cui gli slogan di trasnazionalizzazione del Partito Radicale diventarono campagne strutturate e, successivamente, vere e proprie associazioni “autonome ma non indipendenti” come soleva ripetere Marco Pannella. L’avanzamento del diritto penale internazionale era la mission di Non c'è Pace senza Giustizia che agiva perché i Tribunali ad hoc iniziassero finalmente a lavorare e perché si accelerasse il processo di creazione di quello che Pannella chiamava il “primo segmento di giurisdizione sovranazionale” - la Corte penale internazionale.
Fu proprio sulla necessità dell'istituzione di una Corte Penale Internazionale che Bonino e Neier costruirono un rapporto che, in pochissimo tempo, fece arrivare i primi finanziamenti dell’OSI a Non c'è pace senza giustizia. Per facilitare questo sostegno l’associazione si dette uno status legale negli Stati uniti e ottenere finanziamenti (esentasse) da cittadini e fondazioni USA. Fu dapprima incorporata nel District of Columbia e poi nello Stato di New York col nome di No Peace Without Justice. Con Marino Busdachin, all'epoca segretario di NPWJ, seguimmo gli adempimenti da Manhattan.
Per statuto l’OSI non poteva finanziare partiti politici, allo stesso tempo le fondazioni USA non possono dare soldi verso attività di lobby rivolte a qualsiasi assemblea legislativa o organo esecutivo.
Nell'agosto 2010, all’ottantesimo compleanno del suo fondatore, e a due anni dal crack finanziario, quello che era un “Institute” diventa una rete di fondazioni con il nome di Open Society Foundations, denominazione che meglio rifletteva il ruolo di finanziatore per gruppi della società civile in tutto il mondo.
Le Open Society Foundations, non fanno lobby al Congresso né altrove di adottino leggi o politiche, hanno ‘funzionari’ o consulenti indipendenti un po' dappertutto che seguono i processi normativi, nazionali, regionali e internazionali e finanziano le attività di organizzazioni non governative che cercano di influenzare le politiche in determinati campi, ma non si interessano direttamente di far adottare leggi e/o di emendarle. Per vari periodi dal 2015 al 2017 anche io son stato consulente indipendente per questioni legate all’advocacy in materia di diritti dei migranti.
Alla fine del 2017 le dotazioni globali dell’Open Society Foundations salgono a oltre $19,500.000.000, si tratta della terza fondazione privata al mondo dopo la Bill and Melinda Gates Foundation e il Wellcome Trust.
George Soros, a quota americana, è stato iscritto al Partito Radicale all’inizio degli anni Novanta e di recente assieme alla moglie Tamiko Bolton si erano ri-iscritti anche a seguito di incontri con Marco Pannella e Emma Bonino.
Dal 1996 al 2017, con fasi alterne e obiettivi diversi, l'OSI, e non George Soros, ha invece finanziato in maniera significativa prevalentemente le attività di NWPJ, dal 2002 il sostegno si è ampliato ad altre associazioni radicali come la Lega Internazionale Antiproibizionista, l’Associazione Luca Coscioni, il Centro d’Ascolto e Radicali Italiani. Tutti i grant, mai a fondo perduto, hanno riguardato specifici progetti sempre rendicontati e pubblicati sui siti nelle varie sezioni "trasparenza" e hanno riguardato la promozione del diritto penale internazionale, la messa al bando delle Mutilazioni genitali femminili, la mappatura delle violazioni del diritto umanitario internazionale in zone di conflitto, la lotta ai matrimoni forzati, la rappresentazione delle minoranze nei media italiani, la promozione di una riforma antiproibizionista delle convenzioni ONU in materia di sostanze stupefacenti, la cannabis terapeutica e la legalizzazione della cannabis in Italia.
Per quanto mi concerne, i progetti da me scritti, promossi o diretti dal 1996 ammontano a circa quattro milioni di dollari, tutti sempre ampiamente rivendicati.
Pannella, che con Soros parlava in francese, richiedendo al secondo l’intervento di interpreti, ha sempre insistito perché non venissero presentati al finanziere filantropo progetti specifici: per Pannella il progetto a cui Soros doveva interessarsi, se non appassionarsi, era il Partito Radicale. Secondo Pannella qualcuno con la storia personale di Soros “poteva” - anzi “doveva” - arrivare a capirlo.
Per quanto ne sia ispiratore e finanziatore unico, il rapporto tra George Soros e l'Open Society si “limita” al finanziamento e all’individuazione delle priorità in concerto coi membri del General Board nonché la ricerca del suo direttore e quella dei membri del consiglio direttivo - tra questi per qualche anno c’è stata anche Emma Bonino. 
Il board non un è da intendersi come un consiglio di amministrazione, piuttosto una sorta di comitato di saggi formato da esperti di vari temi tutti con competenze e sensibilità internazionali. Le decisioni sui finanziamenti vengono demandate ai vari dipartimenti che hanno una dotazione designata per il raggiungimento degli obiettivi prefissi dalla Fondazione. Per ottenere i soldi le ONG devono presentare progetti dettagliati e argomentati che devon esser nel solco della promozione di una società aperta, inclusiva e cosmopolita.
Dalla fine degli anni Novanta, su richiesta di Pannella, Soros ha anche prestato soldi per campagne elettorali - tutti puntualmente restituiti magari a tassi agevolati. I soldi non erano naturalmente prestati a Pannella ma all'Associazione Politica Nazionale Lista Marco Pannella. A mia conoscenza il primo prestito, di un milione e mezzo di dollari, avvenne nel 1999 per la campagna elettorale per le europee di quell’anno, l’anno in cui la lista Pannella cambiò denominazione sulla scheda chiamandosi Lista Emma Bonino.
Personalmente ho incontrato Soros più volte, la prima assieme a Emma Bonino nel 2002 quando stavamo per rilanciare la Lega Internazionale Antiproibizionista la seconda per parlare più in generale di quello che il Partito Radicale faceva. Prima del secondo incontro sentii Pannella per telefono che mi suggerì di far notare a Soros che investire in nonviolenza in Italia poteva avere un senso visto che, grazie ai Radicali, come nel caso della legalizzazione del divorzio e ancora più dell’aborto, questa era riuscita là dove molte azioni politiche tradizionali non erano state efficaci. Per affrontare con dovizia di particolari certi argomenti occorrerebbe avere del tempo e un solo obiettivo, Soros ascoltò ma eravamo a pochi mesi dall’attacco USA in Iraq e la sua attenzione ad altro che non fosse quello era piuttosto limitata...
Altri incontri son avvenuti a Londra e Roma per parlare di antiproibizionismo e politica generale. Pannella ha ricordato alcuni di questi incontri nella trasmissione che aveva la domenica su Radio Radicale.
Nel 2012, dopo venti anni di onorato servizio, Christopher Stone, professore di diritto ad Harvard, ha sostituito Aryeh Nieri alla presidenza 1993. Nel 2016, l'OSF ha subito un cyberattacco e molti suoi documenti, ivi compresa la corrispondenza interna, son stati pubblicati da un sito Web. Da alcuni questo attacco è stato descritto come simile ai cyberattacchi russi collegati ad altre istituzioni, come il Democratic National Committee. Tra i documenti c’erano anche alcuni memo da me scritti negli anni in cui ho collaborato come consulente indipendente per OSF. Da allora OSF ha rafforzato la propria difesa digitale e resi ancor più trasparenti i meccanismi di individuazione dei finanziamenti alle ONG - tenendo presente che non tutte operano in paesi dove la società civile è libera di agire. Nel 2018 l'Ungheria, paese natale di Soros, ha adottato una legge che è stata volgarmente nominata "anti-Soros" che penalizza fiscalmente le associazioni che ricevono fondi da entità straniere. Nella primavera di quell'anno, OSF ha deciso di spostare il coordinamento di quelle attività da Budapest a Vienna.
A cosa sono serviti i soldi che l’Open Society ha dato alle associazioni radicali? Per quanto mi riguarda, e per quel che ho visto accadere per 20 anni anche in operazioni in cui non ero direttamente coinvolto, quei soldi son sempre stati utilizzati per fare politica liberale radicale nazionale e transnazionale a tutto tondo. A volte con successi indiscutibili. Chi sostiene, o insinua, il contrario non sa di cosa parla o sposa le teorie di costruzione di fake news che, tra le altre cose, prevedono “George Soros” tra le parole chiave per far divenire sospetto chiunque vi sia affiliato.