4.19.2014

sul Foglio di oggi su Snowden e Russia con risposta di Ferrara

Al direttore - Leggo sulla stampa statunitense che Edward Snowden è stato criticato per aver partecipato allo spettacolo delle domande "softball" a Valdimir Putin raccontato ieri da Anna Zafesova. In effetti uno come Snowden non poteva non porre la domanda che ha posto e non poteva che farlo col monotono candore di chi sa già quale risposta l'aspetti: un cortese diniego e una professionale glissata. Non ho mai condiviso la scelta di Snowden, che ha pubblicamente denuncito la violazione della legalità costituzionale del proprio paese, di andar a cercar rifugio altrove, e men che meno in un regime come quello russo. Un suo arresto in mondovisione avrebbe potuto esser molto più potente in termni politici e avrebbe potuto ispirare e mobilitare migliaia di persone con convinzioni e competenze simili creando un effetto domino attorno a GlobaLeaks (un sito che consente il whistleblowing anonimo). Oggi invece Snowden è rifugiato in Russia, alla quale dice di non aver giurato o promesso alcunché, dove però, contrariamente a quanto affermato da Putin l'altro giorno, non solo si controlla pervasivamente e contro la propria legge il dissenso ma si attacca ciberneticamente l'avversario all'estero - se è vero com'è vero che parlamentari e Ong ucraine furono attaccate dal virus "oroboro" alla vigilia delle prime manifestazioni di Kiev. Spero di non dovermi ricredere sulla questione dell'asilo perché un suo arresto in Russia temo non godrebbe di buona stampa.

Lei ammira Snoweden, io lo trovo penoso, dalla a alla zeta, e voglio che la mia e altrui sicurezza sia sotto controllo senza riversamenti mediatici

4.16.2014

Giovedì alle 17 al @PietraDialogues "Italians of a different color" alla @NYUFlorence

Giovedì 17 aprile, dalle ore 17 alle ore 19, nel ciclo degli incontri "La Pietra Dialogues" organizzato dalla sede fiorentina della New York University si terrà un dibattito dal titolo "Italians of a different color" che affronterà alcuni degli aspetti legati all'immigrazione da e verso l'Italia.
Ne discutono Mauro Valeri, sociologo, direttore dal 1992 al 1996 dell’Osservatorio nazionale sulla xenofobia e dal 2005 responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio, Ashraf Saber, atleta italiano con padre egiziano, campione mondiale juniores dei 400 oracoli a Seul 1992 e Marco Perduca, senatore nella XVI legislatura e rappresentante all'Onu del Partito Radicale.

Nel dibattito, organizzato dallo studente del master in studi italiani Antonio Corrado, verrano affrontate le problematiche derivanti dalle normative basate sullo ius sanguinis piuttosto che sullo Ius soli, mentre lo sport sarà la lente attraverso la quale verranno messe a fuoco le questioni della cittadinanza e dell'identità nazionale e dell'inclusione civile, sociale ed economica dei nuovi italiani.

L'incontro si tiene alla NYU in via bolognese 120 ed è aperto al pubblico. Date le caratteristiche dello spazio è indispensabile prenotare telefonando in orario d'ufficio allo 055 5007202 oppure scrivendo a lapietra.dialogues@nyu.edu.

4.14.2014

Ci siamo dimenticati della Siria e dei siriani e dei Radicali

Non passa giorno che in Siria non si spari. Non passa giorno che in Siria non ci sia qualcuno obbligato a lasciare la propria casa, la propria città o il proprio paese. Non passa giorno che nel mondo si facciano avanti alla guerra in Siria altre urgenze. 
 
Tra le decine di attività Radicai silenziate dai media, ne voglio ricordare almeno due:
 
1 nel gennaio del 2010 la Repubblica italiana aveva conferito a Bashar Al Assad l'onorificenza di Cavaliere della Gran Croce per i suoi successi nel campo della lacità dello stato. Si avete letto bene una decorazione molto importante per un motivo molto importante.

Quella Croce fu tolta perché riuscii a mettere insieme oltre 50 senatori di tutti gli schieramenti, Lega esclusa, perché il governo revocasse per indegnità l'onorificenza. Solo il Giornale e Libero seguirono con attenzione la faccenda. 

Nel mio intervento in aula fui anche ripreso perché citai il Presidente della Repubblica con toni non lusinghieri in questo intervento del giugno 2012


 
A fine marzo 2011 invece, avevo chiesto alla Farnesina di mantenere gli impegni assunti durante il dibattito su la possibile cooperazione accademica tra l'Italia e la Siria e cioè di esser pronta a congelare gli scambi qualora fossero state rilevate violazioni dei diritti umani.

A chi si interessa di politica internazionale erano chiare le caratteristiche criminali del regime siriano, a chi invece fa altri tipi di ragionamenti, seppure con competenze di relazioni internazionali, alcune evidenze appaiono tali solo quando è solitamente troppo tardi.

A seguito di uno scambio avuto in aula coi rappresentanti del Governo italiano che auspicava che si potessero "disinnescare le tensioni degli ultimi giorni", eravamo agli inizi delle manifestazioni ad Homs, e che il "governo di Damasco potesse dare seguito alle annunciate riforme che sono fondamentali per quella stabilità che l'Italia si augura". 

Quale avrebbe potuto mai essere la stabilità promossa da un regime come quello di Assad? chiesi retoricamente, aggiungendo che "in attesa di tutto ciò" [...] anche se non mi pareva che ce ne fossero gli estremi, invitai "l'Italia a sospendere il trattato di cooperazione culturale recentemente ratificato colla Siria" e a dar "seguito all'ordine del giorno presentato colla senatrice Poretti che prevedeva il sostegno, e non l'auspicio, a:
- ogni accenno di annunciato impegno in riforme politiche ed economiche, e a favorire l'affermarsi di tale posizione anche a livello europeo, al fine di migliorare la propria credibilità verso l'integrazione regionale e internazionale, con particolare attenzione anche alle voci di chi, istituzionalmente, non partecipa al processo decisionale preclusogli da un regime non democratico; 
- promuovere e favorire ogni azione, a livello europeo ed internazionale, tesa ad assicurare che la Siria disponga una moratoria delle esecuzioni capitali e avvii una profonda revisione del codice penale, rendendo più accessibile, oltre che da entità ufficiali delle Nazioni unite anche da parte di soggetti indipendenti, il sistema di amministrazione della giustizia; 
nonché a "monitorare i ricorrenti episodi di discriminazioni subite dalle minoranze etniche e religiose sia autoctone sia che risultino presenti, per ragioni diverse, in Siria, e conseguentemente ad attivarsi al fine di favorire il rispetto delle prerogative tradizionali e culturali di tali minoranze oltre ai diritti fondamentali universalmente riconosciuti, nonché i casi di denegata giustizia raccolti da numerose organizzazioni internazionali sui diritti umani". 

Molto di più che star fermi ad aspettare che si disinneschino le tensioni. 

Alle volte anche ascoltare chi è all'opposizione di maggioranza e opposizione può esser cosa saggia...

4.05.2014

Cosa c'insegnano gli afgani

In queste ore in Afghanistan si vota per eleggere il successori di Hamid Karzai alla presidenza della repubblica islamica (si avete letto bene, proprio islamica). Malgrado nelle ultime settimane ci sia stato un ritorno in grande stile di violenti attentati e intimidazioni, in particolare rivolti alle presenze internazionali di osservatori elettorali e di giornalisti, gli afgani pare che abbiano tutte le intenzioni di non perdere l'occasione di praticare qualcosa che per decenni è stat loro preclusa: la possibilità di aver voce in capitolo nel governo del loro paese. 


Ero a Kabul durante le elezioni parlamentari del 2005 e in effetti era impressionante vedere come i 'volantini' elettorali fossero dappertutto, cicatrizzati sui muri, appesi agli alberi secchi, solidificati dal sole e la sabbia portata dal vento ammotinati un po' dappertutto. Erano le prime elezioni consentite nell'elettorato attivo e passivo anche alle donne che fecero del loro meglio per cogliere l'occasione.

E' sicuramente molto presto per poter valutare se e come funzioni la 'democrazia' in un paese che e' uscito, manu militari, da oltre trent'anni di conflitto interno e internazionale, ma questa grande partecipazione è di per sé molto significativa. Io non sono dell'opinione che occorra lasciare agli afgani la gestione dell'Afghanistan. Non si può pretendere la ownership se nessuno da tempo ha potutto possedere alcunché. Non lo dico perché ritenga l'Occidente superiore, lo dico perché passare dal terrore, la prepotenza e l'integralismo religioso e le varie occupazioni militari a un contesto che profumi di libertà e Stato di Diritto - e non di relativismo culturale - necessita molto tempo. 

Molto molto tempo. bBasterebbe pensare a cos'era l'Italia alle fine degli anni Quaranta...

Se fossi afgano voterei Abdullah Abdulla. Mi era parso un buon ministro degli esteri nel governo di transizione, qualcuno con cui potrebbe esser possibile affrontare il 'fattore oppio' in modo serio e strutturale, perché senza quella riforma l'Afghanistan avrà sempre due velocitả e quella dell'illegalitả sarả sempre doppia rispetto alla quella della legalitả.

Con la loro partecipazione di massa alle elezioni gli afgani ci insegnano che le libertả vanno praticate con responsabilitả e costantemente senza dar mai per scontato niente. In Europa troppo spesso ce ne dimentichiamo, e ce ne dimentichiamo per quanto ci riguarda sia per quanto riguarda coloro che abbiamo ritenuto di voler 'aiutare' colle forza nella ricerca di un futuro migliore.

E' da sperare che, comunque vadano le elezioni afgane, la presenza internazionale in Afghanistan non diminuisca. Occorre sicuramente trasformarla in una presenza sempre più civile e di buon senso o buon governo. Per questo occorre affrontare la questione della legalizzazione della produzione del papavero, altrimenti non si caverà un 'talibano' dal buco...