7.18.2009

TRNC NEWS HEADLINES

TALAT: “EU DOES NOT HAVE THE CAPACITY TO ISSUE GUARANTEE”

President Mehmet Ali Talat stated that the only guarantee system is the existing one for the Turkish Side and added: “EU does not have the capacity to issue such a guarantee”

Talat indicated that once it is proved that “there would be no need for guarantees in Cyprus ”, they may discuss about this; however if the Greek Cypriots defend that “ Cyprus does not need guarantors in the EU”, this is insignificant for North Cyprus .

“As we all know; if there had not been any guarantees in 1963 and 1974, Turkish Cypriots would not be in this current situation. Thus, everybody has to understand that we need the guarantee system” Talat said.

President Talat stated that through cooperation with South Cyprus, their aim is to come up with a solution and said: “Either at the end of the year or early in the next year, we’re anticipating a referendum; if we can manage that, we will have solved the Cyprus Issue.”

7.14.2009

Sulla revoca dell'immunità parlamentare a due senatori cambogiani

Sulla revoca dell'immunità parlamentare a due senatori cambogiani

PERDUCA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, desidero informare la Presidenza del Senato e i colleghi che uno dei sei membri della delegazione di senatori cambogiani, Ho Vann, che non è potuto venire a Roma la settimana scorsa in visita alla 5a e 6a Commissione non può viaggiare perché gli è stata tolta l'immunità parlamentare mentre era negli Stati Uniti per processarlo per calunnia.

L'altro senatore, che era presente - erano gli unici due di un partito di opposizione -, Sovann Yim, mi ha scritto che anche nei suoi confronti è stato iniziato un procedimento di possibile sollevazione dell'immunità parlamentare per, ancora una volta, accusarlo di calunnia nei confronti del Governo per il semplice fatto di aver criticato a mezzo stampa l'operato del Governo di Hun Sen.

Entrambi i senatori del partito di Sam Rainsy, dell'opposizione cambogiana, sono anche iscritti al Partito radicale non violento.

Non che debba esistere una sorta di screening preventivo di chi entra in questo Palazzo, però se si riuscisse a coinvolgere quanto più possibile i membri della Commissione esteri in occasione di visite di parlamentari stranieri, forse si riuscirebbe a capire quali sono i veri problemi che interessano il Paese la cui delegazione ci viene fatta incontrare. Ritengo infatti sia, se non altro, singolare, far esclusivamente dialogare in materia di decentralizzazione o federalismo fiscale un politico che, legalmente e legittimamente eletto, per motivi esclusivamente politici viene privato della immunità parlamentare nell'esercizio delle proprie funzioni.

Discussione e approvazione della mozione n. 151 sulla minoranza di lingua italiana in Croazia

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, è vero che il dibattito sulle mozioni si affronta includendo argomenti di carattere più generale che vanno anche oltre l'oggetto delle stesse, e mi pare che l'ultimo intervento abbia abbondantemente dato prova di quel che si è detto, ma non è fortunatamente scritto all'interno della mozione. Faccio mie tutte le considerazione del senatore Pegorer, articolate poco fa a nome del Gruppo del Partito Democratico, spiegando perché mi sono iscritto a parlare in discussione generale. Il quarto impegno che si chiede al Governo con questa mozione è, «nel quadro della normativa comunitaria sul rispetto delle minoranze e nello spirito di un'integrazione di regioni la cui fisionomia nazionalismi e totalitarismi hanno devastato nel '900», di tutelare i diritti di una minoranza.

In Europa fortunatamente o sfortunatamente esistono delle minoranze che non hanno necessariamente una caratterizzazione di tipo regionale e non coinvolgono italiani che vivono altrove, ma cittadini dell' ex Stato della federazione jugoslava che invece si trovano in Italia.

Ci troviamo oggi ad affrontare un documento con cui la maggioranza ha sollevato un problema, salvo poi essere presente in forze al dibattito di oggi, su cui il Governo probabilmente darà un parere favorevole senza mandare i rappresentanti del Ministero che si dovranno interessare di questo e a fare dei ragionamenti che fortunatamente, grazie al negoziato che ci è stato preventivamente nella preparazione di questo documento, hanno incluso nel perimetro delle istituzioni europee, non anteponendo questioni bilaterali ma ponendo chiaramente, come detto, la questione all'interno di un qualcosa che purtroppo non esiste.

Mi riferisco alla Federazione degli Stati Uniti d'Europa che comunque è un progetto politico, altrimenti si starebbe facendo un esercizio che va esattamente nella direzione opposta non soltanto a quella auspicata qui dentro, ma anche a quella necessaria per arrivare a risolvere il problema grazie alle norme europee che ci siamo dati negli ultimi quattro decenni. Si tratta, quindi, di questioni di Regioni e di minoranze e, per dare il messaggio agli italiani e anche agli altri europei che ci sono degli italiani che si interessano sia delle minoranze italiane all'estero che delle minoranze straniere in Italia, cosa che questo Governo gestisce molto spesso attraverso il codice penale piuttosto che con politiche sociali o di tipo diverso, ho deciso con la senatrice Poretti di presentare un disegno di legge per il riconoscimento delle minoranze linguistiche rom e sinte (che vengono in parte anche dalla Croazia e che riguardano 150.000 cittadini italiani tenuti al di fuori da quello che vorremo venisse riconosciuto ai nostri connazionali, a uno Stato non membro dell'Unione Europea) proprio per dare la sensazione che il federalismo europeo è la risposta e che laddove c'è la necessità di affermare anche dei diritti di minoranze e, quindi, di gruppi molto probabilmente bisogna dare in primis il buon esempio e poi pretendere dagli altri che ci si accodino. (Applausi dal Gruppo PD).

GIOVANARDI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Chi sono questi 150.000?

Discussione e approvazione della mozione n. 150 su Gilad Shalit

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signor Presidente, sono uno dei cofirmatari della mozione non soltanto perché sono membro della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani dove il signor Noam Shalit è venuto a parlarci di suo figlio prima di andare a Ginevra per deporre davanti alla Commissione delle Nazioni Unite per volere dell'Alto commissario per i diritti umani delegato, su mandato del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, a portare avanti le indagini su ciò che è avvenuto all'inizio dell'anno tra Gaza e Israele, ma anche perché ritengo opportuno che si pongano all'attenzione del nostro dibattito, seppur fatto tra pochi presenti, questioni che hanno a che fare sicuramente con un dramma umano, che speriamo non evolva in tragedia, altrettanto sicuramente con la cogenza del diritto internazionale e, infine, con la situazione politica generale che attiene alla pace in Medio Oriente.

Cosa è accaduto a Gilad Shalit è stato ricordato in fase di illustrazione della mozione dal senatore Marceraro. Mentre si trovava in territorio israeliano e stava pattugliando per la sicurezza del suo Paese è stato preso in ostaggio da una pattuglia di Hamas che si era introdotta all'interno del confine israeliano attraverso un tunnel improvvisato sotto terra.

Così stando le cose, secondo il diritto internazionale e tutte le convenzioni di Ginevra - e in modo più articolato come indicato nei primi due protocolli aggiuntivi alle convenzioni stesse - la presa di ostaggi è da considerarsi crimine di guerra e quindi passibile di sanzioni a livello internazionale per quanto riguarda il diritto consuetudinario.

È noto, infatti, che Israele e l'Autorità nazionale palestinese, che comunque non rappresenta ancora - e poi ci arriveremo - uno Stato indipendente, riconoscono la giurisdizione dell'altro organo permanente, che avrebbe competenza per giudicare i crimini internazionali, vale a dire la corte penale internazionale davanti alla quale però i palestinesi vorrebbero che Israele venisse portato per il modo in cui è stato condotto, all'inizio dell'anno, dall'esercito israeliano il conflitto.

Noam Shalit, il padre di Gilad, dopo averci raccontato cosa sta vivendo da tre anni a questa parte, ha deposto davanti alla Commissione delle Nazioni Unite presieduta dal giudice Goldstone che dovrebbe arrivare alla stesura di un documento da cui, in effetti, si arrivi a dimostrare, documentare ed articolare specifici capi di imputazione nei confronti di Gerusalemme per la guerra dell'inizio dell'anno.

Egli non si è rivolto soltanto ai commissari presenti, ma anche a Hamas, che in quanto carceriere ritiene responsabile di un crimine di guerra, e ai palestinesi, che sono vittime di questo stato di cose. Non ha voluto rievocare nel suo percorso storico l'intera situazione perché ci tiene a sottolineare di non essere diventato, malgrado ciò che gli è accaduto, un politico - in Italia sarebbe immediatamente diventato un leader di una fazione politica - ma di agire soltanto nella veste di un padre al quale hanno rapito un figlio di cui non si hanno notizie, salvo una breve videocassetta in cui si riesce a capire che in effetti Gilad è ancora vivo.

Questo documento - concordo con quanto detto negli ultimi due interventi e in modo particolare con le parole del senatore Pardi - ci da oggi la possibilità di affrontare la questione relativa alla pace nel Medio Oriente in modo tale da trovarsi tutti d'accordo, se non altro su alcune premesse. Ritengo sia utile ricordare ancora una volta il dispositivo secondo cui il Senato «impegna il Governo a promuovere, in linea di continuità con la politica estera italiana, ogni possibile azione perché Gilad venga liberato e perché il processo di pace possa riprendere dall'assunto "due popoli, due Stati" e dal riconoscimento reciproco delle sofferenze patite da ambo le parti in tanti anni di conflitto e dagli elevatissimi costi umani».

Ebbene, se si ritiene, come è evidente, che le due questioni, vale a dire quella del sequestro di un militare di uno Stato democratico che, unico in quella regione, è ancora oggi costretto a pattugliare i confini del proprio Stato a fronte della possibilità di essere attaccato - un particolare da tenere sempre presente quando si parla del conflitto israelo-palestinese - e quella della pace da perseguire tra Israele e Palestina siano intimamente connesse, è necessario riprendere il dialogo in linea con la tradizionale politica estera italiana, che purtroppo nel merito della questione non ha mai svettato per particolare equidistanza in passato, arrivando pochi anni fa addirittura ad una equivicinanza e ad un sostegno nei confronti di alcune tra le parti in causa di maggior rilievo. Hamas ed Hezbollah rappresentano infatti il problema dei problemi. Si tratta di gruppi che svolgono contestualmente un'azione politica e militare tale da minare nel profondo non tanto la sicurezza d'Israele quanto la libertà stessa dei palestinesi e che chiamano in causa anche il ruolo che l'Iran direttamente ed indirettamente, attraverso la Siria e i suoi tentacoli in Libano, ha giocato nella destabilizzazione permanente della regione.

Se si pensa dunque di recuperare invece una linea tradizionale di politica italiana di equidistanza, in parte fortunatamente messa in discussione dal Governo Berlusconi, tanto che il ministro Frattini più volte è venuto a dirci che l'Italia è uno dei Paesi più vicini ad Israele - e forse, conoscendo la politica degli altri 26 Paesi membri dell'Unione europea, il più vicino - è necessario riprendere il cammino della ricerca della pace dall'assunto "due popoli, due Stati".

Credo che solo in questo modo si può arrivare alla conclusione che con gli assunti non si può fare politica.

La politica si fa con delle proposte, chiaramente complesse, all'interno di un contesto in cui il principio la terra per la pace non ha funzionato. Finché insisteremo con una formula o uno slogan che, come è stato detto poco fa, magari era felice nel momento in cui è stato pronunciato la prima volta (perché due popoli che hanno dimostrato ampiamente di non voler vivere insieme non devono vivere insieme), fino ad allora la pace non sarà alla nostra portata.

La pace oggi sarebbe soltanto fotografare l'esistente. Ammesso e non concesso che, comunque, i soggetti da coinvolgere non sarebbero soltanto il Governo israeliano ma anche due fazioni palestinesi spesso in conflitto fra di loro, tale fotografia riprenderebbe uno Stato democratico che, in virtù della necessità di affermare la propria sicurezza spesso arriva a sospendere - ahinoi! - molte delle libertà civili che, comunque, continuano a caratterizzarlo come l'unica democrazia in Medio Oriente (ancora di più della Repubblica turca). D'altra parte, però, è una terra di nessuno cui noi, però, continuiamo a fornire soldi, spesi magari per acquistare alcune delle armi utilizzate negli ultimi conflitti.

Non credo che adottare una mozione, a seguito anche di un dibattito (per quanto breve e articolato), possa aiutarci, come auspicato poco fa dal senatore Bodega, in primis ad arrivare con più forza al momento in cui Gilad Shalit potrà tornare a casa. Molto probabilmente, però, essa può aiutarci a recuperare una possibilità di pace fra questi due popoli, che solo se diventeranno una democrazia potranno avere la speranza di vedere i principi di libertà, giustizia e stato di diritto garantiti per i milioni di israeliani e per i milioni dai palestinesi.

Quindi, recuperando uno slogan efficace ma - ahinoi - non praticato in buona fede dell'Amministrazione Bush, occorre sperare che un effetto domino possa interessare tutti i Paesi che circondano questo territorio: laddove la democrazia è debole e fragile, come in Libano e in Giordania, e laddove stenta a manifestarsi nei suoi tratti liberali, come in Egitto.

Il Congresso del 2008 di Radicali Italiani ha adottato una raccomandazione nella quale si invitavano i parlamentari radicali italiani e europei a promuovere una missione parlamentare a Gaza, che si impegnasse a non lasciare la Striscia fino a quando non si sarebbe potuto incontrare il soldato Shalit e verificare le sue condizioni di salute. La missione avrebbe dovuto essere di carattere umanitario, aperta a chiunque intendesse parteciparvi e, se necessario, i Gruppi parlamentari presenti avrebbero dovuto garantire una loro presenza in loco fino al giorno in cui Gilad Shalit non fosse stato liberato da Hamas.

Non abbiamo trovato la forza (ma per certi aspetti forse bisognerebbe chiamare in causa anche il coraggio) di andare a Gaza e imporre questo, perché sarebbe stata una delle classiche mosse ad effetto per la ricerca di quella visibilità mediatica che, troppo spesso, caratterizza gli amici degli Israeliani o dei Palestinesi.

Vista la dichiarata, e in parte anche praticata, vicinanza di Roma a Gerusalemme (non credo, infatti, che si possa facilmente dimenticare cosa ha fatto il Governo italiano in occasione della Conferenza di Durban), io ritengo che si debba insistere affinché tutti gli Stati europei (ricordo che Gilad Shalit è cittadino francese) si assumano la responsabilità di considerare la possibilità di fare entrare Israele quanto prima all'interno dell'Unione europea, così da portare in casa nostra il problema di trovare la pace con i palestinesi all'interno del diritto internazionale. (Applausi del senatore Bodega).

TRNC NEWS HEADLINES

RESOLUTION, BEFORE THE END OF THE YEAR

The President, Mehmet Ali Talat and the President of Turkey, Abdullah Gul indicated that their aim is to come up with a solution for Cyprus Issue, untill the end of the year.

At the joint press conference, President Mehmet Ali Talat said:

“It must be understood clearly. In order to come up with a solution, the Greek Cypriot Administration must cooperate with us; if not, and try to supress North Cyprus and Turkey through the EU, and thus delay the process, it won’t be our responsibility.”

Negotiations which will be made till the first week of August, will continue in September, said the President Talat and added:

“We don’t know when the negotiations are going to end up. But our aim is to find a comprehensive solution, untill the end of the year. Needless to say that the comprehensive solution will be put into vote of Turkish Cypriots and Greek Cypriots and it will be implemented only in case of an acception. Once we are disposed to do that, we can make it.”

The President of Turkey Abdullah Gul said that the ultimate goal is to ensure a permanent peace in Cyprus, within the framework of a comprehensive solution, and eventually create a cooperation field in the EU for Turkey, Greece and the whole Island. Gul also said: “For this purpose, we are willing to end up negotiations quickly and, if possible, want to hold a referendum on it untill the end of the year.

Gul also stated that the Treaty of Guarantee and Alliance concerns Turkey, Greece and England and Turkey pays attention to the continuity of these international treaties.



EROGLU: “IT IS HARD TO ASSENT, SINCE THE GREEK CYPRIOTS TRY TO DEPRIVE US FROM OUR GOVERNMENT AND GUARANTEE”

5 martyrs, that were ambushed by Greek Cypriots on 12th July 1958 while they were on the way for work from Inonu village to Magusa, and 6 martyrs from Inonu who died during the national struggle period were commemorated through ceremonies. In his speech, The Prime Minister Eroglu said “As long as Greek Cypriots try to deprive us from our government and gurantee, and adopt the mentality of “We won’t renounce Republic of Cyprus, Turkish Cypriots will be minorities on this republic”, it is hardly possible to come up with a solution. Eroglu also stated that the solution is possible only if the Greek Cypriots also desire that and added: “It is meaningless to study hard on negotiation table and accept Greek Cypriots to step back, as if it is only Turkish Cypriots who wants resolution. They are recognized by the whole world, member of the EU and does not need a solution. They are taking the process to a dead end with the mentality ‘Turkish Cypriots have to compensate’.

The Prime Minister Eroglu emphasized that during the negotiation process, they must show the world that the founding states are on equal basis and sovereign. Eroglu also added that it is possible for a resolution, only if the problems are soluted in favour of Turkish Cypriots; otherwise the negotiations will persist.



DISI COMMITTEE VISITS DP

The General President of Democratic Mobilization Party (DISI), the main opposition party of South Cyprus, visited Democrat Party (DP) with a committee yesterday.

Democrat Party (DP) and Democratic Mobilization Party (DISI) agreed on keeping the dialogues between two parties in order to support the negotiations within the framework of finding a solution to Cyprus Issue.

Oral Testimony of Noam Shalit

Oral Testimony of Noam Shalit
Delivered to UN Fact Finding
Mission on the Gaza Conflict
Geneva, 6 July 2009

My name is Noam Schalit and I am the father of the kidnapped Israeli soldier and French citizen Gilad Schalit.

Honorable members of the Mission - I thank you for giving me the opportunity to address you today. I thank you, also, for allowing me to make my testimony public. I know that this Mission is determined to give the victims of the recent conflict in Gaza an opportunity to make their voice heard. So - with your kind permission - I would like to use this distinguished forum - the United Nations - first to address you and then to address the people of Gaza and, in particular, the people holding my son Gilad.

Honorable Members of the Mission, a few weeks ago you were in Gaza. You met the Hamas leadership. According to the Ma’an news agency - Mr. Ismail Haniyya welcomed your mission deploring what he viewed as Israel’s grave violations of international law. The same news agency reported that the Mission thanked Mr. Haniyya for his cooperation in facilitating its work. Members of the Mission, if this cooperation is indeed genuine then the same HAMAS leadership should honor your eventual findings - whatever they may be.

And I have no doubt that, in due course, you will determine that my son’s violent abduction and his continuing detention - subject to extortion - is, equally, a violation of international law. After you hear the recording of my son’s voice - released on the first anniversary of his capture – and read the letter delivered a year later, you will be shocked by the callous cynicism of his captors and the grief that his words have caused me and my family. These are words that he was forced to read and write. You will also find, without a doubt, that the refusal to allow him access to the Red Cross, if not a war crime is, at least, a gross act of inhumanity and an aggravating circumstance.

Members of the Mission - The same Geneva Convention of 1949 which this Mission will use to judge the legality of the Israeli attack on Gaza forbids the holding to ransom of an individual - whether he be soldier or otherwise. The same Rome Statute of the International Criminal Court by which the Palestinian Authority seeks to charge the Israeli leadership condemns the HAMAS leadership no less for the crime of taking hostages - soldiers or otherwise.

But what is the purpose of this honorable Mission? Is it really to lay the basis for a future criminal prosecution? Or is it, perhaps, to effect reconciliation? Know that the minds and the hearts of the Israeli people are with my son on a daily basis. His release - which it is within your power to promote - will bring about such reconciliation.

And now, with you permission, I would like to address the Palestinian victims of Operation Cast Lead.

People of Gaza, I do not come before this Mission as a representative of the Israeli State. I come neither to condemn nor to justify the recent Israeli operations in Gaza. I am not a politician nor do I care for politics. I am a civilian and the father of three.

I last saw my son Gilad on Wednesday 21 June 2006 when he returned to the military service which his country obliged him to perform by law. A few days later, his patrol was sabotaged by armed Palestinians who infiltrated Israel through an improvised tunnel. Two of his fellow soldiers were killed before his very eyes and he was abducted. He was nineteen years old at the time - a shy boy with a nervous smile and a studious disposition. Like many his age, all that occupied him were his studies and sport. To all those who know him, he is gentle and sensitive to the suffering of others - a trait he has shown from an early age. At the age of 11, his teacher asked him to write a fable. His drawings and narrative have now been published. I am giving the Mission a copy of this book. You can read it if you wish - the story of a shark and a fish who became friends against all the odds. Need I say more? Suffice to say that the will for peace and security can overcome fear and distrust.

People of Gaza - Do not overlook the circumstances of my son’s service nor of his capture. He was not attacking your territory. He was not even in your territory. He was operating within the sovereign territory of the State of Israel - protecting the integrity of what was supposed to be a border of peace after a complete Israeli withdrawal.

Your leaders say Gilad is a prisoner of war. I say he is an abductee. The difference is in the interpretation of the law. But even if your leaders hold my son as a prisoner of war - why will they not allow him the privileges which attach to such a status? Gilad has had no contact with the outside world for more than 1,100 days and nights. Your leaders refuse him access to the International Committee of the Red Cross; the same Red Cross which regularly visits your people held captive in Israeli prisons; the same Red Cross which protests the violations of their rights to the Israeli Government.

People of Gaza, your leaders are fighting to return your sons and daughters from captivity. This is an understandable desire. You may agree with such a policy. Many of you, however, will realize that the fate of an entire prison population cannot depend on the ransom of one young man.

Your leaders have committed a crime with respect to my son. They hold him to ransom and, by the same token, they hold all of you to ransom. For three years now, you have been held hostage to the inflexible demands of your leaders and their unwillingness to compromise. They issue demands which, I fear, the Israeli Government will never meet. My son’s fate is the means through which your leaders distract your attention from the destruction they have brought upon you. Is this humane? Are these the acts of an honorable regime?

People of Gaza - Do not ignore the root cause of our mutual suffering. You know that the injustice done to my son was the trigger for war. You also know that the release of my son is the key to peace and the lifting of the Israeli commercial blockade. A small gesture and a little effort on both sides can relieve the misery of many.

President Sarkozy of France recently told Prime Minister Netanyahu that your leaders would not release Gilad until Israel freed prisoners. I am not a party to talks on prisoner release. I am not consulted on numbers and I have no say in the conduct of negotiations. Like many of you, all that concerns me is that the one I love returns home. Do those of you who are waiting for the return of those close to you care for the politics? Do you care for the posturing of your leaders? Or do you - like me - wish that this war and what caused it would never have happened?

But if a prisoner exchange need be the course we are forced to adopt, let reason and moderation overcome excessive demands. Let not a stalemate in the negotiations prevail over the will of the people. Let not stubborness triumph over compassion.

People of Gaza - like many of you, we are suffering the consequences of the decisions and failures of others. Like many of you, my family and I have been caught up in a web of violence. Like many of you, I pay a heavy price on a daily basis. I know that you are short of food. Some of your loved ones have been killed - women and children, young and innocent. I understand your distress and sympathize with your grief. I have visited your wounded from Beit Hanoun and, have witnessed, at first hand, the unnecessary suffering and the unspeakable atrocity of war. But even so, I do not compare suffering. As a parent speaking to a multitude of parents - I ask you to understand my family’s anguish. As the days go by, we begin to despair. We despair of the day when we will see our son again. I know neither where he is held nor how he fares. Whether he is injured or whether he is even alive.

And finally to the people holding my son: I urge you to release my son immediately. You have the power to act with grace. Do it for the respectability that you wish the international community to accord you. Do it because you see yourselves as statesmen acting with humane intent. Do it for the sake of the respect you say you show this Mission. Do it not for gain but do it, I beg you, because it is the just and right thing to do. But most important of all, do it for the peace and welfare of your own people.

7.10.2009

TRNC NEWS HEADLINES

SECURITY AND GUARANTEES DISCUSSED

The TRNC President Mehmet Ali Talat and the Greek Cypriot Leader Dimitris Christofias have started their discussions on the chapter of security and guarantees.

The two sides read out their introductory statements on the chapter during yesterday’s discussions.

On his return to the Presidential Palace, President Mehmet Ali Talat told reporters that the objective was to complete the discussions on the chapter next Friday, on the 17th of July, when the two leaders will meet again and the two sides will present their responses to each other’s position.

President Talat said that his senior aide Ozdil Nami and Greek Cypriot adviser Yorgos Yakovou will meet prior to next week’s meeting to take up the details of his discussions with the Greek Cypriot leader.
Earlier, Presidential Spokesperson Hasan Ercakica said that the Turkish Cypriot Side will remain committed to the Treaties of Guarantee and Alliance when negotiating the issue.

PRESIDENT TALAT: “AGREEMENT AT THE END OF 2009”

The President of the Turkish Republic of Northern Cyprus Mehmet Ali Talat has called on the international community to show more interest to the Cyprus problem.

The President underlined the need for the United Nations and the European Union in its capacity, to get more involved in the process and to demonstrate more interest to the problem at the current phase reached at the negotiations in Cyprus .

The President visited the Republican Turkish Party-United Forces (CTP-BG) headquarters yesterday at the request of the new party leadership to brief them on the continuing peace process.

Before briefing the party leadership, President Talat told reporters that the first phase of the negotiation process launched in September last year – is almost complete.

`Our expectation is to close the chapter on security and guarantees at the meeting to be held next Friday`, he added.

The President said that the conclusion of the talks depends on the Greek Cypriot Side’s attitude but noted that the Turkish Cypriot Side’s objective is to complete the process by the end of 2009.

He said that a referendum is also foreseen before the TRNC Presidential election, which is to be held at the beginning of 2010.

“CRUCIAL QUESTIONS ON TURKISH CYPRIOTS’ PROPERTIES”

The Greek Cypriot newspaper, Politis, stated that European Court of Justice (ECJ) questioned the Greek Cypriot Attorney General whether the rights of Turkish Cypriots on their properties in South Cyprus are violated or not within the framework of the investigation of application made by 10 Turkish Cypriots against the Greek Cypriot Administration and it was stated that the intervention on time of ECJ caused the Greek Cypriot Administration concern.

The newspaper wrote that the First Circuit of ECJ demanded opinion for the observations related with the Trusteeship of Turkish Cypriots’ Properties and whether a satisfactory answer was given to the Turkish Cypriots concerning their properties in South Cyprus . This development occurred on Monday when the First Circuit of ECJ questioned crucial questions to the intervener sides. The compatibility of the legal framework of the Trusteeship with the Human Rights Treaty will be evaluated following the answers to be given.

ECJ bundled total 10 applications made by the Turkish Cypriots between the years 2004-2008 and is trying to determine the compatibilities to the criteria for proceeding to a further investigation and decisional phase following the approval of the applications.

7.09.2009

Italia e G8 sostengano proposta Turchia per discussione situazione Uiguri in consiglio di sicurezza e chieda moratoria pena di morte nello Xinjang

Diritti Umani e ONU: parlamentari a Berlusconi: Italia e G8 sostengano proposta Turchia per discussione situazione Uiguri in consiglio di sicurezza e chieda moratoria pena di morte nello Xinjang

9 luglio 2009

Dichiarazione dei Parlamentari Matteo Mecacci, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Roberto Giachetti, Marco Perduca, Maurizio Turco, Elisabetta Zamparutti e del leader radicale Marco Pannella, in sciopero della fame dalla giornata di ieri per chiedere al G8 di intervenire per fermare repressione popolo Uiguro

“Il Vertice del G8 in corso all’Aquila non può continuare ad ignorare le drammatiche notizie che continuano ad arrivare dalla regione cinese dello Xinjang dove è in corso una vera e propria caccia all’uomo nei confronti dei cittadini Uiguri. Destano anche molta preoccupazione gli annunci di condanne a morte e di esecuzioni di cittadini uiguri che vengono dalle autorità cinesi.

E non può nemmeno ignorare l’importante presa di posizione di ieri del Governo Turco e del suo Presidente Recip Erdogan, che ha annunciato che la Turchia chiederà al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di mettere nella sua agenda la situazione nella regione dello Xinjang.

Per queste ragioni ci rivolgiamo al Presidente del Consiglio Berlusconi, Presidente anche del Vertice del G8, affinché prenda immediatamente un’iniziativa per sostenere la proposta del Governo Turco e coinvolgere le istituzioni internazionali in questa vicenda, e chiedere alla Cina la moratoria delle esecuzioni capitali nella regione dello Xinjang.

Ribadiamo altresì la nostra richiesta di un impegno del G8 per chiedere alla Cina la fine delle violenze e la collaborazione con le istituzioni internazionali umanitarie per monitorare il rispetto dei diritti umani e assistere le migliaia di feriti e arrestati.

Sulla condizione della minoranza Uigura in Cina

Sulla condizione della minoranza Uigura in Cina

PERDUCA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signor Presidente, visto e considerato che è stato deciso mesi fa di far intervenire sull'ordine dei lavori a fine seduta ed oggi addirittura si sospende la seduta per far uscire tutti, magari anche i membri del Governo ai quali ci si voleva appellare per ricordare alcune interrogazioni parlamentari, io non so che dire: eravamo la serie B e adesso siamo diventati addirittura la serie C. Non si riesce a capire come mai, visto e considerato che poi tutti restano in Aula a parlare di questioni che vanno sicuramente a toccare i nodi fondamentali del nostro lavoro parlamentare, si debba addirittura sospendere per cinque minuti i lavori prima di iniziare questa fase.

Non mi ero iscritto naturalmente a parlare per questo, ma in merito al G8... (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, per favore, quelli che non hanno intenzione di rimanere escano dall'Aula come è stato chiesto dal Presidente.

PERDUCA (PD). Stavo dicendo che volevo intervenire in merito al G8... (Brusìo).

PRESIDENTE. Aspetti un secondo, senatore Perduca, vediamo se i senatori escono, dal momento che è stata sospesa la seduta per consentire questo facciamolo.

PERDUCA (PD). Ma, siccome non accade mai, si dovrebbe secondo me favorire la partecipazione vocale dell'oratore per suscitare un minimo di curiosità in chi resta o si avvia a uscire relativamente alle questioni che devono essere affrontate.

Alla fine del G8 il presidente cinese Hu Jintao è tornato di corsa a casa propria perché la situazione nello Xinjiang, nel Turkestan orientale, è peggiorata.

Noi radicali da sempre (io ho iniziato la legislatura sedendo in presidenza quando abbiamo eletto il nostro Presidente, i vice Presidenti e le altre cariche del Senato) abbiamo portato all'attenzione del pubblico italiano e dei politici italiani la causa degli uiguri (io, per l'appunto, sedevo in presidenza con la spilletta della bandiera uigura) perché sappiamo fin troppo bene il tipo di persecuzioni violente che devono subire otto milioni di persone che appartengono ad un gruppo etnico completamente diverso, che sono di origine turchica, che professano la religione islamica e che hanno tradizioni popolari e culturali completamente diverse.

Ieri, grazie all'onorevole Colombo, presidente del Comitato permanente sui Diritto umani della Camera dei deputati, è stato audito uno dei leader storici della comunità uigura che si chiama Erkin Alptekin il quale poi, sempre presso la Camera, ha tenuto una conferenza stampa denunciando il numero delle vittime che ormai, secondo fonti interne, si aggira intorno alle 800. Quindi, mentre ufficialmente ne sono riconosciute 150, si ritiene che ormai il numero di morti e feriti a causa degli scontri si attesti intorno alle 1.000 unità.

Da ieri il i deputati Mecacci, Zamparutti, Bernardini, Farina Coscioni, Turco, Giachetti ed io siamo in sciopero della fame per chiedere al G8 che lanci un messaggio alla Cina che vuole diventare membro del prossimo G20, affinché apra la regione al monitoraggio internazionale, sia attraverso le organizzazioni internazionali (a partire dall'ONU), sia a mezzo della stampa internazionale, perché gli inviati non vengano portati in «visita guidata» nelle zone dove si riesce a percepire solo la violenza degli uiguri contro i cinesi e non la repressione dei cinesi contro gli uiguri e perché si avvii un cammino di riconciliazione fatto di proposte politiche e non soltanto di risposte militari a quella animosità generata negli ultimi 50 anni dal partito comunista cinese nei confronti degli uiguri.

7.08.2009

Conferenza stampa con Erkin Alptekin, rappresentante del Congresso Mondiale del popolo uiguro, coi Parlamentari Radicali e Furio Colombo

Roma: ore 17.30, conferenza stampa con Erkin Alptekin, rappresentante del Congresso Mondiale del popolo uiguro, con i Parlamentari Radicali e il deputato PD Furio Colombo

Roma, 8 luglio 2009

Oggi, mercoledì 8 luglio, alle ore 17.30, presso la Sala Stampa (Sala del Mappamondo) della Camera dei deputati (ingresso Via delle Missione,4), si svolgerà una Conferenza Stampa con:

- Erkin Alptekin, esponente del Congresso Mondiale del popolo Uiguro;

- Emma Bonino, Vice Presidente del Senato;

- Matteo Mecacci, deputato radicale Pd, membro Commissione Esteri;

- Furio Colombo, deputato Pd, Presidente Sottocommissione Diritti Umani;

- Marco Perduca, Senatore radicale Pd, membro Commissione Esteri;

Saranno presenti anche i deputati radicali Pd Rita Bernardini, Maurizio Turco, Maria Antonietta Farina Coscioni, Elisabetta Zamparutti e Marco Beltrandi.

In questi giorni nella Regione dello Xinjiang, la popolazione uigura è oggetto di violenze e soprusi da parte delle autorità cinesi. Centinaia di morti e migliaia di arresti sono il risultato della repressione del Governo cinese dopo le manifestazioni dei giorni scorsi.

Erkin Alptekin, interverrà quale rappresentante del Congresso Mondiale Uiguro, la cui Presidente è Rabiya Kadeer, iscritta al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, che vive in esilio negli Stati Uniti.

Sulla grave crisi politica in Cina

PERDUCA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signor Presidente, è stato ricordato poco fa in sede di dichiarazione di voto che il presidente Hu Jintao è tornato in Cina per le sommosse nella regione dello Xinijang, nota anche come Turkestan orientale. Segnalo che oggi pomeriggio il Comitato per i diritti umani della Camera dei deputati audirà Erkin Alptekin, presidente onorario del congresso mondiale degli Uiguri che da quindici anni gira per l'Europa per far conoscere ai politici occidentali la situazione. (Brusìo).

PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Perduca. Colleghi, la seduta non è ancora terminata. Stiamo proseguendo con gli interventi finali. Chi non fosse interessato può uscire ma deve consentire al senatore Perduca di parlare e alla Presidenza di ascoltarlo.

PERDUCA (PD). Dicevo che da quindici anni almeno Erkin Alptekin sta cercando di sensibilizzare i politici europei sul problema relativo alla minoranza turcofona del Turkestan orientale.

Il problema, che era già emerso brevemente alla vigilia delle Olimpiadi dello scorso anno, quest'anno purtroppo è prepotentemente tornato di drammatica quotidianità dall'inizio dell'anno ed è esploso con le manifestazioni nella capitale Urumqi di qualche giorno fa. A seguito dell'audizione, che sarà informale o formale a seconda di ciò che si stabilirà alla Camera, terremo, sempre alla Camera dei deputati, una conferenza stampa con la delegazione dei parlamentari radicali di Senato e Camera cui sarà presente, molto probabilmente, anche la presidente Bonino, per un aggiornamento sugli ultimi drammatici sviluppi che interessano la popolazione degli Uiguri nel Nord-Ovest della Cina.

Sull'OdG sul Somaliland

PRESIDENTE. Invito il relatore e la rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli ordini del giorno G1 e G2.

BERSELLI, relatore. Signor Presidente, sull'ordine del giorno G1 il relatore esprime parere favorevole, trattandosi del medesimo ordine del giorno presentato alla Camera dei deputati dall'onorevole Paolo Corsini e accolto il primo luglio scorso dal Governo.

Per quanto riguarda l'ordine del giorno G2, alcune considerazioni si rendono obbligatorie. Così come è, l'ordine del giorno non può essere accolto in quanto implica un riconoscimento implicito del Somaliland. Ora, tutti conosciamo le vicende che hanno caratterizzato quella regione ma è altrettanto vero che non dobbiamo disintegrare l'unità territoriale e nazionale di quell'area ma sostenere il Governo federale e transitorio.

La proposta che rivolgo ai presentatori dell'ordine del giorno G2, ai fini dell'espressione di un parere favorevole, è la seguente. Conservando la parte inizaile che recita: Il Senato, in sede di discussione del disegno di legge n. 1652, considerata la partecipazione italiana alla missione Atalanta, tutta la restante parte della premessa verrebbe eliminata e la parte di impegno al Governo verrebbe così riformulata: Impegna il Governo a sondare i partner europei a considerare forme di collaborazione con il Somaliland, in stretto raccordo con le istituzioni federali transitorie a Mogadiscio, nel contrasto efficace alla pirateria e nella ricerca della stabilizzazione della Somalia, non escludendo attenzione al buon andamento delle prossime consultazioni elettorali in quella Regione.

Così riformulato, l'ordine del giorno G2 riceverebbe il parere favorevole del relatore.

PRESIDENTE. Senatore Perduca, intende accogliere l'invito del relatore?

PERDUCA (PD). Signor Presidente, se al posto di "Somaliland" fosse stato scritto "Padania", l'ordine del giorno sarebbe stato accolto?

BERSELLI, relatore. Assolutamente no!

PERDUCA (PD). Nella parte introduttiva parlo di una «regione nord-occidentale del Somaliland». Non si riconosce in alcun modo l'esistenza di una regione che sulla carta geografica esiste di più di quanto non esista la Padania.

Al di là della battuta, accolgo la riformulazione proposta dal relatore.

Chiedo soltanto che nel nuovo testo il termine "partner" sia lasciato al singolare secondo una buona norma della lingua italiana secondo cui i termini stranieri non vanno indicati al plurale.

Ricordo, come ho già avuto modo di ricordare nel corso della discussione generale, che a novembre il Somaliland, o comunque lo si voglia chiamare, cercherà - e mi pare che il relatore abbia individuato una formula molto felice al riguardo - di eleggere il proprio Presidente.

Inoltre, insisterò anche presso gli organi preposti del Ministero degli affari esteri affinché, rendendomi personalmente e volontariamente disponibile, l'Italia sia presente in maniera informale per controllare che l'insieme delle procedure di voto avvenga nel modo più trasparente possibile.

PRESIDENTE. Invito la rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli ordini del giorno in esame.

ALBERTI CASELLATI, sottosegretario di Stato per la giustizia. Esprimo parere conforme a quello del relatore.

Pirati e Somaliland

Discussione e approvazione del disegno di legge:

(1652) Conversione in legge del decreto-legge 15 giugno 2009, n. 61, recante disposizioni urgenti in materia di contrasto alla pirateria (Approvato dalla Camera dei deputati) (ore 9,40)

È iscritto a parlare il senatore Perduca che, nel corso del suo intervento, illustrerà anche l'ordine del giorno G2. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signor Presidente, mi sono iscritto a parlare non tanto, naturalmente, perché sia contrario alla ratifica del decreto oggi in discussione ma perché, come è emerso ieri durante il dibattito relativo al modello di difesa, ritengo che quest'anno non ci sarà un vero e proprio approfondimento di ciò che attiene alla partecipazione italiana alle missioni internazionali. Dovremo invece ratificare, con una sorta di decreto omnibus, un "mille proroghe", con la formula prendere o lasciare, tutto ciò che magari avremmo sostenuto ma che allo stesso tempo avremmo voluto approfondire. Quest'anno non sarà possibile tenere un dibattito relativamente alle missioni italiane all'estero ma, per l'appunto, è stata sfilata dal pacchetto la nostra partecipazione alla missione Atalanta.

La missione Atalanta nasce su stimolo delle Nazioni Unite perché si è ritenuto necessario combattere questo fenomeno. Nella risoluzione adottata l'anno scorso a New York, però, si limita, se non altro nel dettato di quel documento, la presenza di una forza internazionale a scorta, difesa e protezione delle imbarcazioni del programma alimentare mondiale, quindi qualcosa di leggermente diverso relativamente alla lotta alla pirateria.

Nella relazione che accompagna il disegno di legge che ci accingiamo a ratificare si nota che negli ultimi anni si è verificato un aumento di questo fenomeno ma non viene fornito l'ammontare effettivo di tale aumento né tantomeno viene svolto un ragionamento in termini più generali circa il fenomeno. Certo si dice che la prateria è come altri mestieri, uno dei più antichi del mondo, ed è riconosciuta come un'attività contro l'umanità, contro ogni uomo, motivo per il quale deve essere perseguita con la massima decisione e fermezza grazie anche al diritto consuetudinario e alla richiamata convenzione della baia di Montego. Comunque, in effetti, il fenomeno non viene quantificato. Io credo che si faccia anche - ahinoi! - l'economia del volume commerciale del trasporto di qualsiasi tipo di beni, ma in particolare dei due terzi del petrolio prodotto in medio Oriente, sia nella penisola arabica che altrove, a sud del mare del Caspio. Non ci viene detto, in termini assoluti, quale sia il volume di questo traffico e nemmeno quale sia il volume di traffico che è stato vittima di pirateria.

Un giornale che credo non si sia mai risparmiato nella promozione della mano ferma, il "The Wall Street Journal", quando l'anno scorso si era al picco di attacchi contro imbarcazioni che trasportavano sia petrolio che - caso clamoroso - addirittura una trentina di carri armati sovietici destinati al Kenya, dove la situazione politica generale aveva portato a grandi manifestazioni di massa a seguito di elezioni più o meno libere, più o meno democratiche (si tratta quindi di qualcosa che magari sfugge a chi si interessa di diritti umani, ma che è emerso in seguito al sequestro delle navi da parte dei pirati), sviluppò una statistica, dalla quale risultò che le navi sequestrate dai pirati ammontavano a circa l'1,5-2 per cento di tutto il traffico che passa nel mar Rosso, nel golfo Persico e poi nel golfo di Aden.

A fronte di questo 1-2 per cento di volume effettivamente intercettato ma non distrutto, anzi spesso restituito a seguito del pagamento di riscatti o di iniziative di diplomazia muscolosa che non necessariamente hanno implicato l'utilizzo di danari, abbiamo deciso di portare la questione davanti al Consiglio di Sicurezza, affinché venisse adottata una risoluzione dal massimo organo esecutivo della comunità internazionale, con cui si chiede agli Stati interessati di partecipare al contrasto della pirateria, inviando fregate e comunque dispiegando la propria forza di terra, di cielo e di mare (credo che si debba proprio dire, perché non si tratta soltanto di navi) in quella parte del mondo.

In nessuno dei passaggi relativi a questo esercizio, ci si è posti il problema da parte europea di cogliere l'occasione, come ho cercato di dire ieri in relazione al dibattito sul modello nazionale di difesa, per tentare di organizzare una presenza sotto la bandiera dell'Unione europea, cioè di coordinare un comando sul Corno d'Africa, magari in forma di esperimento. Considerato che il numero di cargo che corrono questo rischio è probabilmente maggiore all'1 per cento e che, proprio perché si tratta di pirati molto selvaggi, per non dire selvatici, soltanto l'1-2 per cento viene interessato dai loro attacchi, si sarebbe potuto tentare di coordinarsi sotto la bandiera con le 12 stelle e invece si è deciso di non farlo.

Si è anche accelerato un processo di inclusione, all'interno di questo tipo di iniziative, della marina russa e anche della marina cinese, con una sorta di distrazione a proposito delle pratiche che questi due Paesi utilizzano per tutto ciò che attiene alla lotta alla criminalità, al terrorismo e alla pirateria. Sappiamo che, in base al diritto consuetudinario e per il fatto che si ritengono i pirati nemici di chiunque, è lecito utilizzare qualsiasi tipo di mezzo per debellare la pirateria, ma allo stesso tempo sappiamo che, negli ultimi quarant'anni, sono stati adottati strumenti di protezione e promozione dei diritti umani anche nei confronti dei più colpevoli. Penso ad esempio a chi si è macchiato del crimine di genocidio, probabilmente il più odioso che sia mai stato codificato. Come dicevo, dunque, non ci si è posti il problema del tipo di reazione che la marina cinese o russa potrebbero avere nei confronti dei pirati.

L'altra questione che non si è voluto prendere in considerazione, posto che nessuno mette in dubbio la buona fede di questo esercizio, è che ci si va ad interessare di un Paese, la Somalia, che all'inizio degli anni Novanta è stato sospeso dall'essere membro delle Nazioni Unite, in virtù del fatto di non avere un Governo presente, non dico liberamente e democraticamente eletto, che potesse vantare il controllo di tutto il territorio riconosciuto secondo il diritto internazionale come Somalia.

Questo non è stato fatto per tutta una serie di motivi. Innanzitutto, negli anni scorsi, grazie all'insistenza dell'amministrazione Bush, si è ritenuto che il Corno d'Africa fosse una delle zone in cui Al Qaeda stava iniziando a prendere sempre più piede in un'area strategicamente molto importante perché non soltanto da lì passano tutti i traffici di beni e prodotti provenienti dal Sud-Est asiatico e i due terzi del petrolio che poi viene distribuito nei mercati occidentali, ma anche perché, se consideriamo quest'area dal punto di vista della sua collocazione all'interno del continente africano, è anche vicina ad altre zone in cui sono ancora in corso dei conflitti; mi riferisco al Congo, all'Uganda, al Darfur e, purtroppo, anche ad una parte del Ruanda che confina con il Congo e che continua ad essere armata malgrado la presenza delle Nazioni Unite e l'attività dei vari tribunali e corti penali internazionali o internazionalizzate che da anni esercitano la propria giurisdizione in quegli ambiti. Si è quindi cercata la soluzione militare rispetto a quella che avrebbe potuto iniziare ad essere una soluzione politica.

Sappiamo che quando si discute la ratifica di un disegno di legge si può incidere con degli emendamenti e - si spera - con alcuni argomenti con i quali si contribuisce al dibattito. Non credo però sia questo il caso di presentare prima degli emendamenti e poi di intervenire per dieci minuti, che peraltro sto per esaurire. Ho quindi deciso di presentare a questo disegno di legge l'ordine del giorno G2 che riprende ciò che avevo tentato di sollecitare l'anno scorso quando, per la prima volta, fu inclusa la partecipazione italiana alle missioni internazionali in tale ambito e, nello specifico, alla missione "Atalanta". Riprendendo i contenuti dell'ordine del giorno, ricordo che una parte del territorio della Somalia, quella settentrionale, è rappresentata dal Somaliland che, contrariamente al resto del Paese, è riuscito a mantenere un minimo di presenza e di lavoro di istituzioni nazionali ed un minimo di presenza e di godimento di diritti civili e politici, con tutte le problematicità che può avere un Paese non soltanto circondato dal nulla dal punto di vista politico-istituzionale ma anche fortemente povero. Tale zona, quindi, contrariamente a quanto ho cercato di affermare in precedenza, e cioè che a questo tipo di problemi bisognerebbe rispondere politicamente ancor prima che militarmente, avrebbe potuto essere utilizzata come base di partenza per alcune navi della flotta internazionale.

Chiedo pertanto al Governo di prendere in considerazione la possibilità di sondare i partner europei più attivi nella lotta alla pirateria, come Germania e Francia, che hanno già stabilito dei contatti con le autorità - definiamole anche in questo modo - del Somaliland, e a prendere in considerazione forme di collaborazione con il Somaliland nel contrasto efficace alla pirateria e nella ricerca della stabilizzazione della Somalia, non escludendo l'attenzione all'esercizio democratico praticato in quella zona. Ricordo, infatti, che nel mese di novembre il Somaliland eleggerà un presidente ed io credo che, magari inviando una delegazione informale di parlamentari, si possano unire i due aspetti della lotta alla pirateria da una parte e del recupero della stabilizzazione di un Paese come la Somalia dall'altra, attraverso la promozione di quel minimo di democrazia e di Stato di diritto che i somalilandesi sono riusciti a mantenere negli anni. (Applausi dal Gruppo PD).


7.06.2009

CINA: PERDUCA, PAESI UE CONVOCHINO AMBASCIATORI PECHINO

CINA: PERDUCA, PAESI UE CONVOCHINO AMBASCIATORI PECHINO
(ANSA) - ROMA, 6 LUG - Il senatore radicale eletto nelle liste del Pd, Marco Perduca, sollecita i paesi dell'Unione europea a convocare i rispettivi ambasciatori di Pechino per denunciare le gravi repressioni del governo cinese contro la minoranza uiguri nella zona dello Xinjiang. 'Gli europei convochino immediatamente gli ambasciatori cinesi - e' l'allarme di Perduca - perche' queste violenze potrebbero aumentare espandendosi in tutta la Cina occidentale'.
'L'accrescimento - spiega Perduca - di credibilita' politica della comunita' uigura, che grazie alla leadership di Rebya Kadeer che negli Stati uniti ha organizzato l'assemblea generale del Congresso Mondiale degli uiguri al Congresso, e alla quale ho avuto l'onore di partecipare con altri sette parlamentari Usa, ha spiazzato Pechino che, proprio come contro l Dalai Lama usa le armi della mistificazione e della brutale repressione.
Senza un repentino intervento delle diplomazie europee volto anche all'accertamento dell'entita' degli scontri, c'e' il rischio di riaccendere focolai sopiti e molto pericolosi. Gli uiguri - e' la conclusione del senatore radicale - vivono infatti al confine con Afghanistan e quindi Pakistan'. (ANSA).

ITALIA-CIPRO:DIPLOMAZIA ITALIA LAVORA A RIUNIFICAZIONE

ITALIA-CIPRO:DIPLOMAZIA ITALIA LAVORA A RIUNIFICAZIONE/ANSA

MANTICA INCONTRA A CIPRO CHRISTOFIAS E TALAT (di Diego Minuti) (ANSA) - ROMA, 6 LUG - Quello della riunificazione di Cipro, che da quasi 35 anni vive il dramma della divisione del suo territorio, e' stato per molto tempo un 'dossier dormiente', segnato da contatti diplomatici che, sino ad oggi, hanno fatto registrare solo pochi significativi passi in avanti. Un 'dossier' che ha visto l'Italia attento osservatore e, a partire da domani, protagonista della trama diplomatica che da piu' parti si sta intessendo per sanare la ferita di quella che era un'Isola-Stato e che oggi e' divisa, fisicamente, tra la parte greca (63 % della superficie) e quella turca. Domani comincia la visita del sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, con una agenda che prevede incontri sia con il presidente della Repubblica di Cipro, Dimitris Christofias, che con Mehmet Ali Talat, presidente della Repubblica turca di Cipro Nord, ignorata dalla comunita' internazionale e riconosciuta solo da Ankara.
Una visita che intende ribadire l'attenzione dell'Italia verso i colloqui che, da tempo, stanno andando avanti tra le due parti, ma che hanno deluso le speranze di chi credeva in una loro sollecita conclusione, perche' non sono stati ancora rimossi i paletti che ne costellano il percorso. L'amicizia personale tra i due presidenti aveva alimentato queste speranze, che, pero', sono andate a cozzare contro divergenze che riguardano sia l'architettura costituzionale di Cipro riunificata, che aspetti meramente pratici, legati alle proprieta' immobiliari stravolte o cancellate dagli eventi del luglio del 1974. In cinque giorni (dal 15 al 20 luglio del 1974) Cipro fu teatro di un fallito 'golpe' (sostenuto dai 'colonnelli' della giunta militare al potere ad Atene e che, deposto il presidente, l'arcivescovo Makarios, mirava al ricongiungimento alla 'grande Grecia') e, quindi, di una invasione turca per contrastare questo disegno.
Nonostante i colloqui tra Christofias e Talat siano ormai a cadenza ravvicinata, i problemi restano e potrebbero essere facilmente risolvibili se i protagonisti non modificheranno le posizioni di partenza, che avrebbero i piu' evidenti punti critici sulla forma che dovra' avere la repubblica, se, cioe', sara' la fusione 'artimetica' dei due territori in un'unica entita' statuale oppure avere una struttura federale o confederale. Posizioni, quindi, ancora distanti e che l'Italia intende avvicinare, perche' l'Unione europea, ma anche gli Stati Uniti, spingono in questa direzione. Un altro dei nodi che vede ancora lontane le rispettive posizioni e' quello, importantissimo, dei tempi, che almeno per il presidente della Repubblica turca di Cipro Nord, sono anche collegati a prossime (2010) scadenze elettorali, alle quali vorrebbe presentarsi portando a suo merito significativi passi in avanti nella trattativa, rispetto a quelli sino ad oggi conseguiti.
In questa delicata partita, l'Italia ha sempre fortemente segnato la sua equidistanza, come ha fatto in gennaio il ministro degli Esteri Franco Frattini, incontrando a Roma il suo collega cipriota, Kyprianou, e ribadito lo stesso Mantica, agli inizi dello scorso aprile, con il rappresentante speciale di Talat, Kutlay Erk. Equidistanza che si e' tradotta in un chiaro appoggio alla linea delle Nazioni unite, che ritengono che la soluzione del problema non possa che passare per il rispetto della eguaglianza politica tra le due entita', per garantire alla 'nuova Cipro' la piena titolarieta' nei suoi rapporti internazionali. La posizione dell'Italia, peraltro, nei confronti di Cipro e delle sue problematiche e' in linea con quella generale che mira alla stabilizzazione del Mediterraneo e che la vede, negli ultimi tempi, attrice di molte missioni votate a questo obiettivo. (ANSA).

7.03.2009

La credibilita' e onorificenze concesse a Gheddafi minano giustizia internazionale. No a laurea honoris causa

Nella giornata di ieri alla Riunione dei governi dell'Unione africana tenutasi in Libia e' stata adottata una risoluzione, fortemente voluta dal Sudan col sostegno del governo ospite, che annuncia che i membri dell'UA non collaboreranno con la Corte Penale Internazionale per quanto riguarda l'arresto del presidente sudanese Al Bashir contro il quale e' stato spiccato un mandato di cattura per crimini contro l'umanita' e crimini di guerra perpetrati in Darfur.

Occorre che l'Italia che ha ospitato la conferenza che ha adottato lo statuto della Corte affronti la questione, a partire dal G8 della settimana prossima, perche' se i 30 paesi africani che a oggi riconoscono la giurisdizione della Cpi non dovessero iniziare a collaborarci per motivi di convenienza politica, essendo in corso processi che hanno a che fare prevalentemente con conflitti africani, nel giro di pochi mesi si potrebbe annullare il lavoro di anni per tentare di imporre una giustizia giusta e super partes.

Occorre pero' anche ripensare radicalmente al modo con cui ci si comporta con personaggi come il dittatore libico Gheddafi che non solo tempo addietro ebbe a dire che la Cpi era il vero terrorismo internazionale, ma che ha imposto come candidato alla presidenza della prossima Assemblea generale, il suo ministro Al Triki che fece una feroce campagna contro la Corte intimando ai suoi colleghi africani di ritirarsi dal Trattato di Roma. La Farnesina, se investita del problema da parte dell'Ateneo sassarese, dia parere negativo sulla laurea honoris causa in legge a Gheddafi.