questa invece inviata al Manifesto:
"Ferruccio Gesualdi, nel mettere in mora "i guasti del commercio libero" in un intervista del 22 agosto - soffermandosi forse un po' troppo poco sull'impatto devastante delle sovvenzioni euro-americane alle produzioni nazionali e il conseguente loro dumping sui"mercati poveri", propone di tornare a scenari di quasi venti anni fa auspicando "accordi che diano stabilita' ai prezzi e alle produzioni".
Secondo Gesualdi, l'esempio emblematico di come certe politiche internazionali abbiano creato minori entrate in paesi in via di sviluppo, potrebbe essere quello del caffe' robusta: il caso mi pare appropriato, mentre il suo inquadramento "geo-politico" lo e' u po' meno. Infatti, se e' vero che tra i principali produttori della qualita' robusta, ricca di caffeina ma di qualita' inferiore all'arabica, vi sono diversi paesi africani, i piu' grossi produttori ed esportatori della pianta sono il Brasile e il Vietnam. Ora, se nel primo paese si puo' ragionevolmente ritenere che esista da qualche secolo anche un mercato interno per la bevanda, nel caso del Vietnam si tratta di una produzione imposta dai paesi ricchi, nel caso di specie la Francia, di una coltura estranea alla tradizione e cultura locali o indigene magari per scoraggiare la produzione di alcune delle piante proibite dalla Convenzioni ONU in materia di "droghe".
Ecco, piuttosto che rincorrere i sogni stabilizzatori o magari le tobin tax di turno, forse andrebbe rivisto complessivamente, e radicalmente, quell'insieme di meccanismi che, col passare degli anni, ha duramente attaccato, fino ad arrivare ad annientarle quasi del tutto, le colture locali che, spesso considerate sacre, sono forse la vera "risposta dal basso" e di qualita' alla globalizzazione degli oligopoli (e oligarchie) politico-economici. Prendersela con le presunte politiche neo-liberiste del Fondo monetario internazionale per tornare ai bei tempi che furono non credo possa tornare utile a chi, pur coltivando caffe' e banane, non puo' nutrirsene perche' non le riconosce "indigene"."
4 comments:
francuccio
francuccio?
Le monoculture e le multinazionali agrialimentari erano già state denunciate da Pannella, ai tempi della lotta contro lo sterminio per fame. Se infatti si esporta caffé e si importano armi e marmi di Carrara, è inevitabile che qualcuno resti senza cibo. Speriamo che la carenza di petrolio ci metta una pezza!
caro guidi si parla di 20 anni fa, oggi il contesto mi pare (speriamo non irrimediabilmente) diverso. il problema più che restare senza cibo è che si continua arbitrariamente a promuovere alcune colture nel sud del mondo, magari per opporle alle piante del diavolo (leggi foglia di coca, canapa indiana e papavero) oppure perché si ritiene che alla fine fine anche nel mondo "povero" si posono creare dei segmenti di mercato simili a quelli del mondo "ricco" ma che, non essendo quelli abituati a certi prodotti si può lesinare sulla qualità (vedi il caso del pessimo caffè robusta). allo stesso tempo, ma qui l'arbitrarietà lascia il campo alle convenienze politico/elettoraliste, si finanziano settori agro-alimentari anti-economici per coltivarci i collegi in casa propria. oggi, per mettere una pezza, e purtroppo c'è anche qualche radicale "entusiasta" e "provocatore" (per professione - di fede ;) che s'accoda, ci si propone gli OGM come la nuova frontiera della lotta contro la fame e quindi contro la povertà... nel medio lungo termine gli OGM, per come (non) sono regolamentati oggi, possono essere molto più dannosi delle siccità degli anni 80 perché creerebbero meccanismi perversi di dipendenza tecno-economico-legale nei confronti delle solite grosse multinazionali agro-alimentari. quindi sfamati ma non liberi di decidere la propria via alla felicità. a tutto questo certo non si preferisce l'opzione "poveri ma belli" c'è sicuramente una terza via... eccome se c'è
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