4.05.2007

Perche' Ahmadinejad puo' prenderci per il culo?

Possibile che con tutto questo filma filma non sia stato tirato fuori il filmato di dove e come siano stati presi i 15 marinai britannici? Certo c'era il gommone fermato, ma da piu' parti s'e' parlato di fregata, chi se l'e' fregata 'sta fregata? Possibile poi che nessuno si sia posto, neanche per un attimo, il problema di inquadrare legalmente l'accaduto prima di scomodare Convenzioni di Ginevra o termini come "ostaggio"; possibile, infine, che in pochi si siano posti il solito dubbio che la strategia della distrazione serve a catalizzare l'attenzione del (grande) pubblico per nascondere cose (molto piu') sporche di quelle che si stanno denunciando col massimo clamore?

Questa serie di presunte distrazioni ci fornisce una serie di ulteriori spunti a conferma del fatto che, ormai, la scienza necessaria per la gestione degli "relazioni internazionali", e' sempre di piu' quella delle "pubbliche relazioni"; quindi una politologia che dimentichi la semiologia restando ancorata a schemi del secolo-millennio scorso non solo e' scientificamente scadente, ma, nelle sue traduzioni di indirizzo politico, e' connivente col "nemico".

Come pero' sappiamo non e' tutto oro quel che luccica e, nel caso dello sfavillante Ahmadinejad - ma lo stesso si potrebbe dire di Chavez (e Bush) - tanto piu' c'e' la ricerca di un'attenzione, meglio se negativa, all'esterno, tanto piu' si rafforza la propria base che viene distratta dal dibatitto relativo a questioni indigene incanalandolo sui grandi schemi e le grandi strategie che affascinano grandi e piccini ma sulle quali in molto pochi possono avere un reale potere di azione e cambiamento.

La dottrina Bush ha creato un "etichetta" il cosiddetto "Asse del male" - e in subordine gli "Stati canaglia". A oggi, con l'eccezione dell' Iraq, sul quale si stende un velo pietoso ma solo per il momento, Iran, Corea del Nord, Siria e Venezuela mi pare che non solo se la passino bene, ma stanno vedendo accrescere il prestigio internazionale dei propri "leader" che forniscono quotidianamente argomenti demogogici e populistici a chi fino all'altro giorno era orfano della necessita' di prendere le parti dell'Unione sovietica e quindi spaesato nell'opposizione ideologica all'"Occidente" e che oggi si trova una leadership ben visibile di coloro che si oppongono all'impero a stelle e strisce e le sue politiche "neo-liberali" assumendo il ruolo dei portavoci dei poveri e impoveriti del mondo.

Questo accrescimento e consolidamento di leadership mediatica dei malandrini e' il frutto del fallimento della "public diplomacy" che, ci era stato spiegato da destra e sinistra con grande risonanza mediatica anche in "buona fede", avrebbe dovuto/potuto rappresentanto una potente pozione magica per vincere le menti e i cuori degli oppressi dai regimi canaglia, andando quindi a nutrire le speranze di una possibile "soluzione non-violenta dei conflitti", ma che invece, e a posteriori diventa sempre piu' evidente, e' servita solo ed esclusivamente a fungere da foglia di fico a una serie di politiche incentrante sullo scontro diretto e la flessione dei muscoli di chi ha iniziato a trattare i propri cittadini come i propri nemici.

Come se ne esce?

1 comment:

Anonymous said...

Non so esattamente “come se ne esce”... Ma so due o tre cose:
1. la stigmatizzazione di determinati Stati e l’aggressione militare contro di loro sotto qualsiasi pretesto servono soltanto per causare dolore ai popoli che vi abitano e per accrescere il prestigio ed il potere dei loro dirigenti (come hai detto nel tuo post), oppure per sostituirgli con altri uguali o peggiori.
2. la creazione di queste nuove leadership opposte all’”impero” dimostra, da una parte, che sarebbe molto meglio rimanere orfano... e, d’altra parte, la mancanza di una politica che, con o senza aggettivi o etichette, ponga fine a la miseria e riduca le profonde disuguaglianze nel mondo. Se non ci fossero tanti poveri ed impoveriti, anche all’”Occidente”, queste nuove leadership non avrebbero trovato spazio per travestirsi da loro portavoci.
3. la liberazione dall’oppressione non può essere un’imposizione, anche perché le imposizioni sono un’altra forma di oppressione. “Le menti e i cuori degli oppressi” non devono essere “vinti”. Gli oppressi vanno appoggiati se e quando loro stessi sentono il desiderio di liberarsi. Sicuramente, si può e si deve parlare ai cuori e alle menti degli oppressi, con lo scopo di por fine all’oppressione, ma sempre rispettandone i desideri e l’autonomia di decidere quello che pare meglio per loro stessi e non da una postura superiore, di chi ritiene di sapere quello che sarebbe meglio per gli altri. Mi pare che questo sia un’atteggiamento che valga per i rapporti personali, come per i rapporti collettivi.
So che queste due o tre cose non sono proprio un’uscita, ma mi pare che sapere quello che non si deve fare sia almeno un primo passo per cercare l’uscita.