8.21.2006

Tappeti autentici e falsi

La disponibilità, anche se intermittente, al dialogo di Teheran, puo' essere guadagnata forse piu' solidamente con un diverso approccio di "moral suasion" con la quale troika europea e gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, occorre pero' affrontare tutte le sfumature della figura nel tappeto persiano. Fin dalle presidenziali dell'anno scorso si son susseguite su internet notizie di ribellioni e repressioni violente in varie zone dell'Iran che raramente hanno trovato la necessaria attenzione su stampa e televisioni occidentali, recuperare memoria di quegli incidenti per ampliare le questioni del negoziato potrebbe tornare utile nella "shuttle diplomacy" che dalla fine di agosto dorva' riprendere. Se è vero che delle vicissitudini dell'opposizione studentesca e di quelle dei vari intellettuali liberali e laici se ne conoscono, in particolare grazie alla Rete, le tristi sorti e sistematiche censure e incarcerazioni, raramente si legge della macchina repressiva montata da Teheran ai danni di quasi la metà della propria popolazione.

Azeri, kurdi, arabi, baluci, luri, turkmeni, qashqai, armeni, ebrei, georgiani, assiri, circassi, e pashtun costituiscono infatti quasi il 50 % dei 70 milioni degli abitanti della Repubblica islamica dell'Iran. Ad analizzarne la distribuzione geografica se ne comprende immediatamente l'importanza politica e la rilevanza economica e, forse, si arriva anche a comprendere perché il paese che detiene il 10% delle riserve di petrolio del mondo e ne rappresenta il secondo produttore di gas voglia dotarsi di centrali e, in un futuro prossimo, anche di ordigni nucleari.

Gli otre 17 milioni di Azeri, una popolazione di origine turca tendenzialmente più laica di tutte le altre etnie che abitano l'antica Persia, vivono in una regione che ha ampio sbocco sul Caspio con tentacoli che si diramano transnazionalmente fino al Mar Nero. I rapporti con la capitale sono sempre stati tesi ma si sono aggravati da quando Teheran ha instaurato un dialogo strategico con Mosca - storica alleata degli acerrimi nemici cristiani armeni formalmente ancora in guerra coi "fratelli" dell'Azerbaijan, Gli azeri avanzano recriminazioni di ampia autonomia poiché non avrebbero che da guadagnare economicamente e politicamente da un distaccamento dal regime centralizzatore dei mullah, magari in una prospettiva alla "Grande Azerbaijan".

I cinque milioni di kurdi abitano quello che essi stessi chiamano Kurdistan di comune accordo culturale - ma non necessariamente politico - coi propri cugini iracheni, turchi, siriani, azeri e georgiani. Si tratta di una regione che confina con zone oggi calde ma che, se stabilizzate, ridarebbero vita e vigore alla "via della seta" candidata a divenire l'arteria degli scambi leciti (e illeciti) tra est e ovest - oltre che la miglior scorciatoia per gli oleodotti che potrebbero tagliar fuori la Federazione russa dal traffico del petrolio caspico. Musulmani sui generis anch'essi, cresciuti e formatisi in quanto "popolo" sotto regimi forzatamente laici, non si ritrovano nell'Islam sciita ortodosso della rivoluzione del '79 e si battono strenuamente per affermare propria identità.

Nel sud-ovest del paese si trova invece la regione del Kuzestan con capitale Ahwaz che si affaccia sul golfo persico al confine con l'Iraq. Abitata da una popolazione araba di religione musulmano sunnita è il cuore della produzione del petrolio iraniano (intorno all'80% della produzione totale). Gli Ahwazi, da sempre su posizioni secessioniste, sono considerati terroristi al soldo degli anglo-americani intenti a occupare i giacimenti petroliferi attentando quindi tanto alla sovranità nazionale quanto alla sicurezza economica dell'Iran in nome del ritorno all'indipendenza di 80 anni fa. Contro di loro Teheran ha adottato una delle più sanguinose repressioni degli ultimi anni.

I Baluci, quattro milioni di musulmani prevalentemente non sciiti, occupano la regione del Balucistan occidentale che, un po' come il Kurdistan, si estende transnazionalmente tra Iran, Afghanistan e Pakistan e ha il vitale sbocco sul golfo dell'Oman. Per soddisfare le domanda crescente di petrolio da parte dell'India, e un domani anche della Cina nonché del Pakistan, l'Iran sarebbe intenzionato ad avviare la costruzione di un mega-oleodotto che proprio dal Balucistan dovrebbe passare escludendo l'instabile Afghanistan. Come sempre accade in queste circostanze, il governo centrale ha in serbo una serie di espropriazioni a fronte delle quali non si prevedono investimenti nello sviluppo della poverissima regione frontaliera. Anche i baluci, fieri sunniti e memori del tempo che fu, si battono per l'indipendenza.

Se alle recriminazioni indipendentiste di questi gruppi che insieme rappresentano quasi 40 milioni di persone si aggiungono le incursioni violente dei Mujahideen del Popolo, e gli annosi scontri con le minoranze religiose cristiane, giudaiche, zoroastre e ba'hai, nonché le tensioni con gli studenti e le critiche degli intellettuali, per non parlare delle recriminazioni delle donne, dei sindacati o dei ricatti delle narcomafie e dei signori della guerra afghani, si capisce come Ahmadinejad abbia la drammatica e urgente necessità di cambiare tattica e passare dal quotidiano attacco al Grande Satana e al complotto sionista - per coalizzare dietro di sé almeno i "persiani" - a più miti consigli.

Nella cancellerie di alcuni paesi coinvolti in quello che prima della guerra nel Libano aveva assunto i connotati del "grand bargain", le dimensioni e le potenzialità delle recriminazioni etniche dovrebbero iniziare a essere tenute nella debita considerazione. Tanto a Washington quanto a Londra sono state definite apposite linee di bilancio per la "promozione della democrazia" al fine di sostenere una piattaforma di coordinamento dei vari gruppi che, come recentemente discusso con alcuni eurodeputati a Bruxelles, sarebbero intenzionati a presentare una proposta, anche di riforma costituzionale, che apra alla democrazia pienamente partecipativa e renda il paese una Repubblica federale. All'indomani della guerra in Libano, che ha sicuramente rafforzato la statura politica di Teheran, ma che e' costata anche molti milioni di petrodollari, e alla vigilia del dibattito in seno al Consiglio di Sicurezza sugli sviluppi nucleari iraniani, La figura nel tappeto di Ahmadinejad si arricchisce di preziose miniature, sapranno le cancellerie occidentali districarne l'ordito e la trama, o come al solito si accontenteranno dei vari falsi in circolazione?

2 comments:

Mauro Suttora said...

questi stronzi di ayatollah si meriterebbero una bella mazzata in testa, come quella data dagli Usa a Saddam.

Peccato che con la violenza non si risolva niente, come dimostrato in Iraq e Afghanistan, perche' la tentazione viene. E' come avere un figlio stronzo, ti brucia la mano per dargli un bel ceffone, anche se sai che e' sbagliato

perdukistan said...

diciamo tali padri, tali figli? ;)