We’re on a road to nowhere Come on inside * Takin’ that ride to nowhere We’ll take that ride
8.26.2006
Domani si parla di immigrazione e multietnicità
Se ne leggono di tutti i colori, è proprio il caso di dirlo. Quella parte della mia famiglia che non era italiana, fin all'ultimo momento, pur avendo "trovato l'America" nel Belpaese, non s'è mai sentita italiana. Ne parlava la lingua e rispettava le leggi, ma per il resto, seppure europea, era "altro". Con buona pace dei modelli americani o inglesi o francesi, viva il modello italiano (in divenire)! Ma a domani, oggi è Shabbat ;)
Palle c'ho un gran giramento
8.25.2006
Rilasciati gli ostaggi italiani
8.24.2006
Timing is everything
"Creative è stata fortunata ad aver registrato il brevetto prima di noi, ma questo accordo annulla le divergenze tra le due società, incluse cinque liti, e ci permette soprattutto di eliminare l'incertezza e la perdita di risorse per il prolungamento nel tempo del contenzioso"
Steve Jobs
Fortunati, dice quello...
Steve Jobs
Fortunati, dice quello...
8.23.2006
I bet on the other hand
"If, on the other hand, the Iranians have chosen the path of cooperation, as we've said repeatedly, then a different relationship with the United States and the rest of the world is now possible," U.S. Ambassador John Bolton said Tuesday at the United Nations.
Iran's answer was likely to be designed to divide Security Council members Russia and China, both key trade partners of Tehran lukewarm about sanctions, from the US, France and Britain which have backed tougher measures.
Jon Wolfsthal, of the Centre for Strategic and International Studies, said: "They are betting that they can splinter the coalition and that they can carve off one or two members of the Security Council in supporting something less than suspension. "The question is can the US convince these countries [China and Russia] to stay on board?".
Iran's answer was likely to be designed to divide Security Council members Russia and China, both key trade partners of Tehran lukewarm about sanctions, from the US, France and Britain which have backed tougher measures.
Jon Wolfsthal, of the Centre for Strategic and International Studies, said: "They are betting that they can splinter the coalition and that they can carve off one or two members of the Security Council in supporting something less than suspension. "The question is can the US convince these countries [China and Russia] to stay on board?".
8.22.2006
Oh (big) brother, where are you?
Germany's Infineon is the first company to announce a major contract to supply RFID chips that will be integrated in US passports. The chips will carry digital copies of the citizen's picture as well as the printed documentation in the passport. Infineon promises that more than "50 individual security mechanisms" are protecting the data saved on the chip.
Germany, Hong Kong, Norway and Sweden are also using Infineon's security chip for their electronic passport systems. The security chip, which stores the passport-holder's name, date of birth, issue date and picture, can be read electronically by a scanner.
Germany, Hong Kong, Norway and Sweden are also using Infineon's security chip for their electronic passport systems. The security chip, which stores the passport-holder's name, date of birth, issue date and picture, can be read electronically by a scanner.
Worldwide there are currently about 900 million passports, with an estimated 125 million being issued or exchanged every year, the company said.
'na tazzurella 'e cafe'
questa invece inviata al Manifesto:
"Ferruccio Gesualdi, nel mettere in mora "i guasti del commercio libero" in un intervista del 22 agosto - soffermandosi forse un po' troppo poco sull'impatto devastante delle sovvenzioni euro-americane alle produzioni nazionali e il conseguente loro dumping sui"mercati poveri", propone di tornare a scenari di quasi venti anni fa auspicando "accordi che diano stabilita' ai prezzi e alle produzioni".
Secondo Gesualdi, l'esempio emblematico di come certe politiche internazionali abbiano creato minori entrate in paesi in via di sviluppo, potrebbe essere quello del caffe' robusta: il caso mi pare appropriato, mentre il suo inquadramento "geo-politico" lo e' u po' meno. Infatti, se e' vero che tra i principali produttori della qualita' robusta, ricca di caffeina ma di qualita' inferiore all'arabica, vi sono diversi paesi africani, i piu' grossi produttori ed esportatori della pianta sono il Brasile e il Vietnam. Ora, se nel primo paese si puo' ragionevolmente ritenere che esista da qualche secolo anche un mercato interno per la bevanda, nel caso del Vietnam si tratta di una produzione imposta dai paesi ricchi, nel caso di specie la Francia, di una coltura estranea alla tradizione e cultura locali o indigene magari per scoraggiare la produzione di alcune delle piante proibite dalla Convenzioni ONU in materia di "droghe".
Ecco, piuttosto che rincorrere i sogni stabilizzatori o magari le tobin tax di turno, forse andrebbe rivisto complessivamente, e radicalmente, quell'insieme di meccanismi che, col passare degli anni, ha duramente attaccato, fino ad arrivare ad annientarle quasi del tutto, le colture locali che, spesso considerate sacre, sono forse la vera "risposta dal basso" e di qualita' alla globalizzazione degli oligopoli (e oligarchie) politico-economici. Prendersela con le presunte politiche neo-liberiste del Fondo monetario internazionale per tornare ai bei tempi che furono non credo possa tornare utile a chi, pur coltivando caffe' e banane, non puo' nutrirsene perche' non le riconosce "indigene"."
"Ferruccio Gesualdi, nel mettere in mora "i guasti del commercio libero" in un intervista del 22 agosto - soffermandosi forse un po' troppo poco sull'impatto devastante delle sovvenzioni euro-americane alle produzioni nazionali e il conseguente loro dumping sui"mercati poveri", propone di tornare a scenari di quasi venti anni fa auspicando "accordi che diano stabilita' ai prezzi e alle produzioni".
Secondo Gesualdi, l'esempio emblematico di come certe politiche internazionali abbiano creato minori entrate in paesi in via di sviluppo, potrebbe essere quello del caffe' robusta: il caso mi pare appropriato, mentre il suo inquadramento "geo-politico" lo e' u po' meno. Infatti, se e' vero che tra i principali produttori della qualita' robusta, ricca di caffeina ma di qualita' inferiore all'arabica, vi sono diversi paesi africani, i piu' grossi produttori ed esportatori della pianta sono il Brasile e il Vietnam. Ora, se nel primo paese si puo' ragionevolmente ritenere che esista da qualche secolo anche un mercato interno per la bevanda, nel caso del Vietnam si tratta di una produzione imposta dai paesi ricchi, nel caso di specie la Francia, di una coltura estranea alla tradizione e cultura locali o indigene magari per scoraggiare la produzione di alcune delle piante proibite dalla Convenzioni ONU in materia di "droghe".
Ecco, piuttosto che rincorrere i sogni stabilizzatori o magari le tobin tax di turno, forse andrebbe rivisto complessivamente, e radicalmente, quell'insieme di meccanismi che, col passare degli anni, ha duramente attaccato, fino ad arrivare ad annientarle quasi del tutto, le colture locali che, spesso considerate sacre, sono forse la vera "risposta dal basso" e di qualita' alla globalizzazione degli oligopoli (e oligarchie) politico-economici. Prendersela con le presunte politiche neo-liberiste del Fondo monetario internazionale per tornare ai bei tempi che furono non credo possa tornare utile a chi, pur coltivando caffe' e banane, non puo' nutrirsene perche' non le riconosce "indigene"."
Ma l'Italia in Libano che ce va a fa'?
Contrariamente a molti esperti e commentatori non credo che l'imminente invio di militari in Libano possa far correre rischi alla Sebrenica, certo non sara' un compito facile. Il 'plus' della forte presenza italiana, oppure del ruolo di comando di Roma, purche' sia di e a Roma, e comunque il dispiegamento al confine anche con la siria - di per se' - costituiscono il miglior antidoto ad attacchi incrociati e sui caschi blu.
Per quel poco che dall'esterno si puo' comprendere di triangolazioni tanto complesse quanto stratificate negli anni, il nostro - di italiani - rapporto storicamente, ed economicamente, privilegiato sia con Libano e Siria (per non parlare dell'iran) nonche' la grande vicinanza popolare ad Israele (siamo l'unico paese al mondo che spontaneamente ha organizzato, grazie a Giuliano Ferrara e Massimo Teodori, un 'Israele Day' e dove le bandiere con lo scudo di david sventolano in piazza senza doversi difendere da attacchi e senza 'doversi vergognare' quando ce n'e' di bisogno) ci fanno, per l'appunto, essere l'esercito giusto al posto giusto. Se questo sia il momento giusto credo che sia ancora presto per drilo.
Infatti, non credo che, come dice Bush (senti chi mi tocca citare) si possa pero' decidere di partecipare, o andare a guidare, una forza senza avere un mandato chiaro - e prima ci si ricorda delle modifiche alla missione di pace nella Repubblica Democratica del Congo, che fu rafforzata quasi immediatamente dopo l'invio proprio perche' le condizioni sul terreno erano diverse da quelle ipotizzate al Palazzo di vetro, meglio ci si potra' attrezzare.
Infine, la presunta esclusione dell'Italia dal gruppo di contatto con l'Iran ci pone in una zona grigia che se sfruttata opprtunamente potrebbe offrire ulteriori occasioni diplomatiche di statura. certo D'Alema veleggia nel Meditarraneo...
Per quel poco che dall'esterno si puo' comprendere di triangolazioni tanto complesse quanto stratificate negli anni, il nostro - di italiani - rapporto storicamente, ed economicamente, privilegiato sia con Libano e Siria (per non parlare dell'iran) nonche' la grande vicinanza popolare ad Israele (siamo l'unico paese al mondo che spontaneamente ha organizzato, grazie a Giuliano Ferrara e Massimo Teodori, un 'Israele Day' e dove le bandiere con lo scudo di david sventolano in piazza senza doversi difendere da attacchi e senza 'doversi vergognare' quando ce n'e' di bisogno) ci fanno, per l'appunto, essere l'esercito giusto al posto giusto. Se questo sia il momento giusto credo che sia ancora presto per drilo.
Infatti, non credo che, come dice Bush (senti chi mi tocca citare) si possa pero' decidere di partecipare, o andare a guidare, una forza senza avere un mandato chiaro - e prima ci si ricorda delle modifiche alla missione di pace nella Repubblica Democratica del Congo, che fu rafforzata quasi immediatamente dopo l'invio proprio perche' le condizioni sul terreno erano diverse da quelle ipotizzate al Palazzo di vetro, meglio ci si potra' attrezzare.
Infine, la presunta esclusione dell'Italia dal gruppo di contatto con l'Iran ci pone in una zona grigia che se sfruttata opprtunamente potrebbe offrire ulteriori occasioni diplomatiche di statura. certo D'Alema veleggia nel Meditarraneo...
Giustizia e pace nel Medio Oriente
Inviata al Riformista oggi:
"Caro Direttore, visti i tentativi di avvicinamento di Damasco, non vorrei che, nella corsa alla ricerca della pace ci si dimenticasse della necessita' di assicurare alla giustizia i responsabili dell'omicidio di Rafik Hariri. Forse una valutazione del dove stanno andando le indagini potrebbe utilmente inserirsi nella ricerca di soluzioni alla crisi. A proposito di soluzioni, che ne pensa dell'appello di Pannella per "l’ingresso di Israele nell’UE, del suo naturale ricongiungimento immediato con la Grande Europa, continentale, baltica e mediterranea" per privare "della forza dei suoi più reali motivi e dei suoi confessati obiettivi. Prodromo, premessa, dell’auspicabile ricongiungimento europeo, mediterraneo: con Turchia, con Giordania, Palestina e Libano democratici, fino al Maghreb, al Marocco…"?"
"Caro Direttore, visti i tentativi di avvicinamento di Damasco, non vorrei che, nella corsa alla ricerca della pace ci si dimenticasse della necessita' di assicurare alla giustizia i responsabili dell'omicidio di Rafik Hariri. Forse una valutazione del dove stanno andando le indagini potrebbe utilmente inserirsi nella ricerca di soluzioni alla crisi. A proposito di soluzioni, che ne pensa dell'appello di Pannella per "l’ingresso di Israele nell’UE, del suo naturale ricongiungimento immediato con la Grande Europa, continentale, baltica e mediterranea" per privare "della forza dei suoi più reali motivi e dei suoi confessati obiettivi. Prodromo, premessa, dell’auspicabile ricongiungimento europeo, mediterraneo: con Turchia, con Giordania, Palestina e Libano democratici, fino al Maghreb, al Marocco…"?"
8.21.2006
Tappeti autentici e falsi
La disponibilità, anche se intermittente, al dialogo di Teheran, puo' essere guadagnata forse piu' solidamente con un diverso approccio di "moral suasion" con la quale troika europea e gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, occorre pero' affrontare tutte le sfumature della figura nel tappeto persiano. Fin dalle presidenziali dell'anno scorso si son susseguite su internet notizie di ribellioni e repressioni violente in varie zone dell'Iran che raramente hanno trovato la necessaria attenzione su stampa e televisioni occidentali, recuperare memoria di quegli incidenti per ampliare le questioni del negoziato potrebbe tornare utile nella "shuttle diplomacy" che dalla fine di agosto dorva' riprendere. Se è vero che delle vicissitudini dell'opposizione studentesca e di quelle dei vari intellettuali liberali e laici se ne conoscono, in particolare grazie alla Rete, le tristi sorti e sistematiche censure e incarcerazioni, raramente si legge della macchina repressiva montata da Teheran ai danni di quasi la metà della propria popolazione.
Azeri, kurdi, arabi, baluci, luri, turkmeni, qashqai, armeni, ebrei, georgiani, assiri, circassi, e pashtun costituiscono infatti quasi il 50 % dei 70 milioni degli abitanti della Repubblica islamica dell'Iran. Ad analizzarne la distribuzione geografica se ne comprende immediatamente l'importanza politica e la rilevanza economica e, forse, si arriva anche a comprendere perché il paese che detiene il 10% delle riserve di petrolio del mondo e ne rappresenta il secondo produttore di gas voglia dotarsi di centrali e, in un futuro prossimo, anche di ordigni nucleari.
Gli otre 17 milioni di Azeri, una popolazione di origine turca tendenzialmente più laica di tutte le altre etnie che abitano l'antica Persia, vivono in una regione che ha ampio sbocco sul Caspio con tentacoli che si diramano transnazionalmente fino al Mar Nero. I rapporti con la capitale sono sempre stati tesi ma si sono aggravati da quando Teheran ha instaurato un dialogo strategico con Mosca - storica alleata degli acerrimi nemici cristiani armeni formalmente ancora in guerra coi "fratelli" dell'Azerbaijan, Gli azeri avanzano recriminazioni di ampia autonomia poiché non avrebbero che da guadagnare economicamente e politicamente da un distaccamento dal regime centralizzatore dei mullah, magari in una prospettiva alla "Grande Azerbaijan".
I cinque milioni di kurdi abitano quello che essi stessi chiamano Kurdistan di comune accordo culturale - ma non necessariamente politico - coi propri cugini iracheni, turchi, siriani, azeri e georgiani. Si tratta di una regione che confina con zone oggi calde ma che, se stabilizzate, ridarebbero vita e vigore alla "via della seta" candidata a divenire l'arteria degli scambi leciti (e illeciti) tra est e ovest - oltre che la miglior scorciatoia per gli oleodotti che potrebbero tagliar fuori la Federazione russa dal traffico del petrolio caspico. Musulmani sui generis anch'essi, cresciuti e formatisi in quanto "popolo" sotto regimi forzatamente laici, non si ritrovano nell'Islam sciita ortodosso della rivoluzione del '79 e si battono strenuamente per affermare propria identità.
Nel sud-ovest del paese si trova invece la regione del Kuzestan con capitale Ahwaz che si affaccia sul golfo persico al confine con l'Iraq. Abitata da una popolazione araba di religione musulmano sunnita è il cuore della produzione del petrolio iraniano (intorno all'80% della produzione totale). Gli Ahwazi, da sempre su posizioni secessioniste, sono considerati terroristi al soldo degli anglo-americani intenti a occupare i giacimenti petroliferi attentando quindi tanto alla sovranità nazionale quanto alla sicurezza economica dell'Iran in nome del ritorno all'indipendenza di 80 anni fa. Contro di loro Teheran ha adottato una delle più sanguinose repressioni degli ultimi anni.
I Baluci, quattro milioni di musulmani prevalentemente non sciiti, occupano la regione del Balucistan occidentale che, un po' come il Kurdistan, si estende transnazionalmente tra Iran, Afghanistan e Pakistan e ha il vitale sbocco sul golfo dell'Oman. Per soddisfare le domanda crescente di petrolio da parte dell'India, e un domani anche della Cina nonché del Pakistan, l'Iran sarebbe intenzionato ad avviare la costruzione di un mega-oleodotto che proprio dal Balucistan dovrebbe passare escludendo l'instabile Afghanistan. Come sempre accade in queste circostanze, il governo centrale ha in serbo una serie di espropriazioni a fronte delle quali non si prevedono investimenti nello sviluppo della poverissima regione frontaliera. Anche i baluci, fieri sunniti e memori del tempo che fu, si battono per l'indipendenza.
Se alle recriminazioni indipendentiste di questi gruppi che insieme rappresentano quasi 40 milioni di persone si aggiungono le incursioni violente dei Mujahideen del Popolo, e gli annosi scontri con le minoranze religiose cristiane, giudaiche, zoroastre e ba'hai, nonché le tensioni con gli studenti e le critiche degli intellettuali, per non parlare delle recriminazioni delle donne, dei sindacati o dei ricatti delle narcomafie e dei signori della guerra afghani, si capisce come Ahmadinejad abbia la drammatica e urgente necessità di cambiare tattica e passare dal quotidiano attacco al Grande Satana e al complotto sionista - per coalizzare dietro di sé almeno i "persiani" - a più miti consigli.
Nella cancellerie di alcuni paesi coinvolti in quello che prima della guerra nel Libano aveva assunto i connotati del "grand bargain", le dimensioni e le potenzialità delle recriminazioni etniche dovrebbero iniziare a essere tenute nella debita considerazione. Tanto a Washington quanto a Londra sono state definite apposite linee di bilancio per la "promozione della democrazia" al fine di sostenere una piattaforma di coordinamento dei vari gruppi che, come recentemente discusso con alcuni eurodeputati a Bruxelles, sarebbero intenzionati a presentare una proposta, anche di riforma costituzionale, che apra alla democrazia pienamente partecipativa e renda il paese una Repubblica federale. All'indomani della guerra in Libano, che ha sicuramente rafforzato la statura politica di Teheran, ma che e' costata anche molti milioni di petrodollari, e alla vigilia del dibattito in seno al Consiglio di Sicurezza sugli sviluppi nucleari iraniani, La figura nel tappeto di Ahmadinejad si arricchisce di preziose miniature, sapranno le cancellerie occidentali districarne l'ordito e la trama, o come al solito si accontenteranno dei vari falsi in circolazione?
Azeri, kurdi, arabi, baluci, luri, turkmeni, qashqai, armeni, ebrei, georgiani, assiri, circassi, e pashtun costituiscono infatti quasi il 50 % dei 70 milioni degli abitanti della Repubblica islamica dell'Iran. Ad analizzarne la distribuzione geografica se ne comprende immediatamente l'importanza politica e la rilevanza economica e, forse, si arriva anche a comprendere perché il paese che detiene il 10% delle riserve di petrolio del mondo e ne rappresenta il secondo produttore di gas voglia dotarsi di centrali e, in un futuro prossimo, anche di ordigni nucleari.
Gli otre 17 milioni di Azeri, una popolazione di origine turca tendenzialmente più laica di tutte le altre etnie che abitano l'antica Persia, vivono in una regione che ha ampio sbocco sul Caspio con tentacoli che si diramano transnazionalmente fino al Mar Nero. I rapporti con la capitale sono sempre stati tesi ma si sono aggravati da quando Teheran ha instaurato un dialogo strategico con Mosca - storica alleata degli acerrimi nemici cristiani armeni formalmente ancora in guerra coi "fratelli" dell'Azerbaijan, Gli azeri avanzano recriminazioni di ampia autonomia poiché non avrebbero che da guadagnare economicamente e politicamente da un distaccamento dal regime centralizzatore dei mullah, magari in una prospettiva alla "Grande Azerbaijan".
I cinque milioni di kurdi abitano quello che essi stessi chiamano Kurdistan di comune accordo culturale - ma non necessariamente politico - coi propri cugini iracheni, turchi, siriani, azeri e georgiani. Si tratta di una regione che confina con zone oggi calde ma che, se stabilizzate, ridarebbero vita e vigore alla "via della seta" candidata a divenire l'arteria degli scambi leciti (e illeciti) tra est e ovest - oltre che la miglior scorciatoia per gli oleodotti che potrebbero tagliar fuori la Federazione russa dal traffico del petrolio caspico. Musulmani sui generis anch'essi, cresciuti e formatisi in quanto "popolo" sotto regimi forzatamente laici, non si ritrovano nell'Islam sciita ortodosso della rivoluzione del '79 e si battono strenuamente per affermare propria identità.
Nel sud-ovest del paese si trova invece la regione del Kuzestan con capitale Ahwaz che si affaccia sul golfo persico al confine con l'Iraq. Abitata da una popolazione araba di religione musulmano sunnita è il cuore della produzione del petrolio iraniano (intorno all'80% della produzione totale). Gli Ahwazi, da sempre su posizioni secessioniste, sono considerati terroristi al soldo degli anglo-americani intenti a occupare i giacimenti petroliferi attentando quindi tanto alla sovranità nazionale quanto alla sicurezza economica dell'Iran in nome del ritorno all'indipendenza di 80 anni fa. Contro di loro Teheran ha adottato una delle più sanguinose repressioni degli ultimi anni.
I Baluci, quattro milioni di musulmani prevalentemente non sciiti, occupano la regione del Balucistan occidentale che, un po' come il Kurdistan, si estende transnazionalmente tra Iran, Afghanistan e Pakistan e ha il vitale sbocco sul golfo dell'Oman. Per soddisfare le domanda crescente di petrolio da parte dell'India, e un domani anche della Cina nonché del Pakistan, l'Iran sarebbe intenzionato ad avviare la costruzione di un mega-oleodotto che proprio dal Balucistan dovrebbe passare escludendo l'instabile Afghanistan. Come sempre accade in queste circostanze, il governo centrale ha in serbo una serie di espropriazioni a fronte delle quali non si prevedono investimenti nello sviluppo della poverissima regione frontaliera. Anche i baluci, fieri sunniti e memori del tempo che fu, si battono per l'indipendenza.
Se alle recriminazioni indipendentiste di questi gruppi che insieme rappresentano quasi 40 milioni di persone si aggiungono le incursioni violente dei Mujahideen del Popolo, e gli annosi scontri con le minoranze religiose cristiane, giudaiche, zoroastre e ba'hai, nonché le tensioni con gli studenti e le critiche degli intellettuali, per non parlare delle recriminazioni delle donne, dei sindacati o dei ricatti delle narcomafie e dei signori della guerra afghani, si capisce come Ahmadinejad abbia la drammatica e urgente necessità di cambiare tattica e passare dal quotidiano attacco al Grande Satana e al complotto sionista - per coalizzare dietro di sé almeno i "persiani" - a più miti consigli.
Nella cancellerie di alcuni paesi coinvolti in quello che prima della guerra nel Libano aveva assunto i connotati del "grand bargain", le dimensioni e le potenzialità delle recriminazioni etniche dovrebbero iniziare a essere tenute nella debita considerazione. Tanto a Washington quanto a Londra sono state definite apposite linee di bilancio per la "promozione della democrazia" al fine di sostenere una piattaforma di coordinamento dei vari gruppi che, come recentemente discusso con alcuni eurodeputati a Bruxelles, sarebbero intenzionati a presentare una proposta, anche di riforma costituzionale, che apra alla democrazia pienamente partecipativa e renda il paese una Repubblica federale. All'indomani della guerra in Libano, che ha sicuramente rafforzato la statura politica di Teheran, ma che e' costata anche molti milioni di petrodollari, e alla vigilia del dibattito in seno al Consiglio di Sicurezza sugli sviluppi nucleari iraniani, La figura nel tappeto di Ahmadinejad si arricchisce di preziose miniature, sapranno le cancellerie occidentali districarne l'ordito e la trama, o come al solito si accontenteranno dei vari falsi in circolazione?
War Games I
"Iran's military launched the first stage of a planned series of war games on Saturday. The exercises will be conducted in 16 provinces in southern, southwestern and western parts of the country during the coming days, IRNA reported. Brig. Gen. Kiumars Heidari, a military spokesman, told the IRNA that Iranian forces test-fired Iranian-made Saeqeh (Thunderbolt) missiles and surface-to-water missiles in southwestern Khuzestan Province, which adjoins Iraq."
The above paragraph is an excerpt of a piece ran by CNN.com yesterday. Unfortunately, the infamous news channels omits to report that the game Iran has been playing in Khuzestan is a bit more real than these days simulated military operations. In fact, the province, which is composed of mainly Sunni Arabs and is the region that provides almost 80% of Iran's oil, has been at the center of a brutal repression by the central regime for years.
How can such a renowned news organization forget about these crucial "details" of the story on the eve of the Iranian reply to the Security Council request to halt nuclear experiments?...
The above paragraph is an excerpt of a piece ran by CNN.com yesterday. Unfortunately, the infamous news channels omits to report that the game Iran has been playing in Khuzestan is a bit more real than these days simulated military operations. In fact, the province, which is composed of mainly Sunni Arabs and is the region that provides almost 80% of Iran's oil, has been at the center of a brutal repression by the central regime for years.
How can such a renowned news organization forget about these crucial "details" of the story on the eve of the Iranian reply to the Security Council request to halt nuclear experiments?...
8.20.2006
Si accettano scommesse
Dall'inizio della settimana prossima l'attenzione del mondo e dei nostri opinionisti si spostera' verso la terra dei tappeti. Tutti si affretteranno a fornirci le loro opinioni e quindi occorrera' offrire alcuni dati che raramente rientrano (chissa' perche') nella sequela di analisi o nelle solite riciclate "proposte".
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