By Hiawatha Bray The Boston Globe, Thursday, 2 March 2006
The Internet authorities in China have set up a new family of Chinese-language alternatives to .com and other popular Internet address domains. It is a move that bypasses the U.S.-sponsored organization that controls address information for the global Internet, and some analysts fear that it could enhance China's ability to censor its citizens' access to the Internet. The People's Daily reported Tuesday that the new system would feature Chinese versions of the existing .cn, .com and .net domains. "It means Internet users don't have to surf the Web via the servers under the management of the Internet Corporation for Assigned Names and Numbers of the United States," the report said. American control of Internet regulation is a point of contention with many foreign governments. Last year, the United States fended off demands to remove control of Icann from the Department of Commerce and put it under the auspices of the United Nations. American officials said that China and other countries wanted control of Icann to censor political and religious information on the Internet. Some analysts say that by setting up addresses that do not rely on Icann, China is gradually creating a domestic Internet that will be far more susceptible to censorship than the U.S.-controlled version. "Chinese users in theory right now will still have access to both," said Michael Geist, Internet law professor at the University of Ottawa. But over time, Geist said, the Chinese could completely disconnect from the Icann system and route all internal Internet traffic through their own domain servers. "It's now a Chinese-controlled system," Geist said. The process could make it easier for Chinese censors to block out "subversive" information from outside the country, he said. But Subramanian Subbiah, a former professor at Stanford University, said that the new policy was driven by the desire to make the Internet more accessible to Chinese speakers. Subbiah, co-founder of I-DNS.net, a Singapore company that sells Internet domain names created in non-Western writing systems, said that China lost patience with Icann, which has not made Internet addresses available in Asian writing systems. Chinese Internet users can type a Web site address in Chinese, until they get to the Internet domain, such as .com or .net. Those letters must be typed in Roman letters, because Icann has not adopted a technology for recognizing the words in Chinese, Arabic, Korean or other non-Western languages. "Icann sat around for eight or nine years, with everybody begging them," Subbiah said. "Go learn English, they said at first." So he began working with Chinese officials about two years ago to use his technology to solve the problem. Subbiah said censorship probably had nothing to do with China's announcement because the Chinese already control the Icann-linked root servers inside their country and are censoring Internet information. "They're doing it today; they'll be doing it tomorrow," he said. An Icann spokesman, Andrew Robertson, declined to comment on the Chinese announcement, saying that Icann officials needed more time to confirm the accuracy of the news report and consult with the Chinese authorities. Apart from concerns over censorship, disconnecting China from the standard Internet could cause a number of problems. Chinese traveling outside their country would not be able to access Internet sites using the Chinese domains, because the Icann-based Internet would not recognize the Chinese addresses. A new Chinese version of the .com Internet domain could cause a replay of the online gold rush of the late 1990s, said Jonathan Zittrain, professor of Internet governance at Oxford University.
We’re on a road to nowhere Come on inside * Takin’ that ride to nowhere We’ll take that ride
3.02.2006
2.28.2006
traffico internet sotto sequestro
Da Punto Informatico s'apprende l'ultimo regalo del Governo Berlusconi carnefice delle libertà, Pare infatti che da qualche giorno siano entrate in vigore misure cino-saudite in materia di "regolamentazione" di internet. Scrive infatti Gilberto Mondi su PI di oggi:
"I Monopoli dello Stato lo avevano detto ed ora, grazie all'intervento normativo della Finanziaria, è stato fatto: il nostro paese è il primo nell'intero occidente democratico ad aver istituzionalizzato il web hijacking, odiosa pratica di sequestro dei siti web fin qui appannaggio di truffatori, cracker e phisher di varia natura.
Basta un attimo per averne conferma: è sufficiente recarsi sul sito http://www.williamhill.co.uk/. Si scopre così che il dominio intestato ad uno dei più antichi bookmaker inglesi, William Hill, società rispettata nel Regno Unito e conosciuta in tutto il Mondo, non è più a disposizione dell'azienda ma è sotto il giogo delle autorità italiane: gli utenti italiani infatti non possono più accedervi. E lo stesso accade con altri 516 siti. Chi ancora riuscisse ad accedervi non si preoccupi: presto il suo provider aggiornerà la rete. Come? C'è persino una pagina dedicata del MIX che lo spiega, agli italiani e ai cop cinesi che fossero digiuni delle ultime tecniche di filtering.
Mi si dirà che strumenti per arrivare comunque su quel sito ce ne sono tanti. Ed è vero, chiunque bazzichi darknet e dintorni conosce più di un tool utile ad aggirare un simile strumento di censura. Ma va da sé che non intendo utilizzare qualcosa in più del mio browser per accedere a quel sito, intendo invece rivendicare il diritto di tutti gli italiani di recarsi in rete a proprio piacimento su qualsiasi spazio web.
Non c'è altro modo per dirlo: l'Italia, obbligando provider e gestori dei backbone di connessione ad agire in questo modo, ha intrapreso una via perniciosa, quella sulla quale fino ad oggi si erano avventurati soltanto regimi illiberali. Ogni riferimento alla Cina, all'Arabia Saudita, al Vietnam è oggi non solo legittimo: è doveroso.
La questione è evidentissima: qui si vuole da un lato punire un'azienda europea che non intende soggiacere agli obsoleti monopoli nazionali, dall'altro frantumare la libertà degli utenti italiani, non più in grado nemmeno di leggere quello che è pubblicato su quel sito, di studiare le politiche adottate da William Hill e dai suoi omologhi, di capire come funzionano le scommesse web. Viene loro inibita la possibilità di formarsi un'idea propria su quel sito.
Il testo con cui l'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato ha rimpiazzato la home page di William Hill trasuda ignoranza delle cose della rete: si sostiene che il sito è oscurato perché l'azienda non ha licenza per operare in Italia. Si ammette, cioè, che l'accesso a qualsiasi informazione pubblicata su quel sito, dalle FAQ alla policy sulla privacy, è stato inibito. Non solo il gioco, infatti, ma anche tutto il resto, dall'aspetto grafico agli indirizzi email di William Hill. Ciò significa che è di fatto vietata anche la sola navigazione web.
Non mi si fraintenda: credo sia doveroso per un paese che rispetti la legalità, concetto peraltro demodé in Italia, darsi da fare per impedire che questo meraviglioso medium che è Internet venga usato con finalità illegali. Ben vengano quindi tutti gli strumenti utili a reprimere comportamenti illeciti. Ma c'è un limite che non è stato rispettato, quello del diritto all'accesso all'informazione. Se quanto è stato fatto non verrà ritirato, i responsabili avranno dato vita ad un precedente che non sappiamo - non lo sanno loro e non lo sappiamo noi - dove potrà portare.
Mi dicono che i bookmaker inglesi stiano ricorrendo alle istituzioni europee perché l'Italia venga condannata per il suo clamoroso gesto. Certo, spero che l'Unione Europea si dimostri per una volta all'altezza, ma mi riempie di tristezza sapere che per cancellare un'odiosa censura italiota, superficiale e rozza, ridicola persino sul piano tecnologico oltreché claudicante su quello giuridico, ci sia bisogno di attendere l'intervento interessato di un nugolo di società di scommesse d'Oltremanica."
E dopo la Urbani ecco un'altra bella legge della casa della libertà vigilate da buttare nel cesso.
"I Monopoli dello Stato lo avevano detto ed ora, grazie all'intervento normativo della Finanziaria, è stato fatto: il nostro paese è il primo nell'intero occidente democratico ad aver istituzionalizzato il web hijacking, odiosa pratica di sequestro dei siti web fin qui appannaggio di truffatori, cracker e phisher di varia natura.
Basta un attimo per averne conferma: è sufficiente recarsi sul sito http://www.williamhill.co.uk/. Si scopre così che il dominio intestato ad uno dei più antichi bookmaker inglesi, William Hill, società rispettata nel Regno Unito e conosciuta in tutto il Mondo, non è più a disposizione dell'azienda ma è sotto il giogo delle autorità italiane: gli utenti italiani infatti non possono più accedervi. E lo stesso accade con altri 516 siti. Chi ancora riuscisse ad accedervi non si preoccupi: presto il suo provider aggiornerà la rete. Come? C'è persino una pagina dedicata del MIX che lo spiega, agli italiani e ai cop cinesi che fossero digiuni delle ultime tecniche di filtering.
Mi si dirà che strumenti per arrivare comunque su quel sito ce ne sono tanti. Ed è vero, chiunque bazzichi darknet e dintorni conosce più di un tool utile ad aggirare un simile strumento di censura. Ma va da sé che non intendo utilizzare qualcosa in più del mio browser per accedere a quel sito, intendo invece rivendicare il diritto di tutti gli italiani di recarsi in rete a proprio piacimento su qualsiasi spazio web.
Non c'è altro modo per dirlo: l'Italia, obbligando provider e gestori dei backbone di connessione ad agire in questo modo, ha intrapreso una via perniciosa, quella sulla quale fino ad oggi si erano avventurati soltanto regimi illiberali. Ogni riferimento alla Cina, all'Arabia Saudita, al Vietnam è oggi non solo legittimo: è doveroso.
La questione è evidentissima: qui si vuole da un lato punire un'azienda europea che non intende soggiacere agli obsoleti monopoli nazionali, dall'altro frantumare la libertà degli utenti italiani, non più in grado nemmeno di leggere quello che è pubblicato su quel sito, di studiare le politiche adottate da William Hill e dai suoi omologhi, di capire come funzionano le scommesse web. Viene loro inibita la possibilità di formarsi un'idea propria su quel sito.
Il testo con cui l'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato ha rimpiazzato la home page di William Hill trasuda ignoranza delle cose della rete: si sostiene che il sito è oscurato perché l'azienda non ha licenza per operare in Italia. Si ammette, cioè, che l'accesso a qualsiasi informazione pubblicata su quel sito, dalle FAQ alla policy sulla privacy, è stato inibito. Non solo il gioco, infatti, ma anche tutto il resto, dall'aspetto grafico agli indirizzi email di William Hill. Ciò significa che è di fatto vietata anche la sola navigazione web.
Non mi si fraintenda: credo sia doveroso per un paese che rispetti la legalità, concetto peraltro demodé in Italia, darsi da fare per impedire che questo meraviglioso medium che è Internet venga usato con finalità illegali. Ben vengano quindi tutti gli strumenti utili a reprimere comportamenti illeciti. Ma c'è un limite che non è stato rispettato, quello del diritto all'accesso all'informazione. Se quanto è stato fatto non verrà ritirato, i responsabili avranno dato vita ad un precedente che non sappiamo - non lo sanno loro e non lo sappiamo noi - dove potrà portare.
Mi dicono che i bookmaker inglesi stiano ricorrendo alle istituzioni europee perché l'Italia venga condannata per il suo clamoroso gesto. Certo, spero che l'Unione Europea si dimostri per una volta all'altezza, ma mi riempie di tristezza sapere che per cancellare un'odiosa censura italiota, superficiale e rozza, ridicola persino sul piano tecnologico oltreché claudicante su quello giuridico, ci sia bisogno di attendere l'intervento interessato di un nugolo di società di scommesse d'Oltremanica."
E dopo la Urbani ecco un'altra bella legge della casa della libertà vigilate da buttare nel cesso.
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